Non soltanto io facevo una ben magra figura con la bicicletta a mano; ma una grande stanchezza si impossessò di me dopo qualche chilometro. Mi assalì una specie di nausea, un sudore freddo mi bagnò la fronte, la camicia ventilò gelata su le carni; e invece di seguitare a confortarmi con la bella idea che salire equivale a conquistare una virtù, mi venne il sospetto che potevo conquistare anche una polmonite. Il garretto sopra tutto si stendeva faticosamente.
(Allora, a tanta lontananza dal tempo in cui leggevo Omero, capii bene perchè questo miracoloso poeta dice sempre degli eroi morenti: άπολυοντο τε γὑαι, «si sciolsero le ginocchia». Sì, i grandi poeti hanno l'istinto della verità, ma di quelle verità che più splendono come più ci allontaniamo col tempo. Essi sono simili ai fari del mare: da presso non hanno luce: rifulgono soltanto da mezzo il mare, e la loro luce serena è di conforto nel periglio e nella morte. Perciò le opere dei grandi poeti sono chiuse sotto sigilli, ed ogni età ne comprende quel tanto che è a lei confacente.)
Io fui turbato a questo senso di sfinitezza profonda e sarei, forse, tornato indietro, se una casetta non mi si fosse presentata alla svolta.
Essa era chiusa e silenziosa. Bussai tuttavia. Venne ad aprire una donna dal volto non interamente arcigno.
— Per piacere, un po' di latte, — domandai.
— L'abbiamo portato tutto al casàro.
— Il casàro sta lontano?
— Quelle case là in vetta.
Chinai il capo.
— Mi lascia entrare, — indicai l'interno della socchiusa dimora, — per mettermi una maglia?