Il castello pareva allungare in silenzio le fantastiche sue torri bianche per arrivare a quella luce; il monte Cimone domandava una carezza di quella luce, che precede l'alba. Sentii allora cantare un gallo, che mi richiamò il canto del gallo silvestre.

Allora a me venne una gran voglia, come a Pietro apostolo, di piangere e di farmi il segno della santa Croce: «Oh, buon Signore Iddio, che bel mondo armonioso e puro hai tu creato per noi peccatori, ciechi e ostinati!»

E mi lavavo intanto e mi pareva che l'acqua non fosse mai assai per pulire tutte le mie colpe di misconoscenza e di ingratitudine.

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Perchè seguiterò io a descrivere questo mio viaggio per il grande Appennino? Ah, se le povere parole dell'uomo potessero imbeversi di luce come le cose create, e caricarsi di forza come il mare e come l'aria, bene io vorrei a passo a passo descrivere il mio viaggio, e dire quale senso di religione afferrò con forte mano il mio cuore e lo sollevò in alto, colà dove l'unghia d'Eva non graffia.

Ben possono i filosofi moderni prendere le antiche fole e le parole dei savi e dei profeti e formarne un'antologia o un vocabolario pazzesco per l'istruzione delle nuove genti!

Tra questi filosofi e critici riconobbi me stesso; ma in verità noi non potremo impedire che quelle parole antiche siano orientate, come veramente sono, verso la luce. Tristi minatori del pensiero, lavoriamo, lavoriamo! la galleria che si scava sprofonda verso l'abisso!

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Ohimè questa specie di spiritualizzazione dell'anima durò soltanto per quel giorno, come una nube lieve penetrata dal sole; durò finchè davanti a me ebbi l'Appennino selvaggio, deserto, immenso, che pareva non avesse confine. Ma perchè i filosofi moderni non vanno a scrivere in qualche luogo romito! perchè non si levano quando la stella di Venere sorge su le vette dei monti!

Quando giunsi all'Abetone, l'anima si ricondensò e la nube si sciolse e scaricò in miserabile pioggia.