— È ben quello che ho pensato anch'io!
— E allora? (Cioè «e allora c'è bisogno di scalmanarsi tanto?»)
Via! rientriamo in noi; vediamo di ragionare, non facciamo scorgere le anomalie del pensiero. Questa è cosa dannosa.
Non si può intanto negare al mio amico che un titolo cavalleresco è molto comodo quando si deve parlare coi camerieri. Per un tenore o un baritono è quasi indispensabile essere cavaliere! Sì, ma il mio amico, benchè tenga conferenze, non è un tenore: egli si vanta di essere un sapiente e di stendere la mano agli aurei pomi del giardino delle Esperidi; ed ora ha l'ingenuità di inviare a me questo fico secco della sua onorificenza!?
Via; non esaltiamoci di nuovo: ragioniamo ancora. Innanzi tutto i pomi delle Esperidi non vanno in commercio, i fichi secchi sì, vanno. Inoltre, come non tutti i tenori non sono eroi, e molti baritoni che alla ribalta sono tremendamente tragici, alla trattoria sono i più onesti e lepidi mangiatori del mondo, così similmente basta essere sapienti per quel tanto di tempo che si sta sul palcoscenico della vita. Quelli, anzi, che rimasero sapienti anche dietro le quinte, fecero tutti fine infelice.
E indubbiamente l'amico mio è giovane di molti studi: ma gli studi e l'erudizione contengono assai poca quantità di sapienza. Il povero popolo crede che ne contenga tanta, perchè giudica dall'esteriore: ma vero non è. E ne sia prova questa, che una folla di analfabeti nel moto della passione si comporta come una folla di gente addottrinata. Così se noi imprimiamo il moto ad un disco ove siano i colori dell'iride, appare bianco come un disco che è tutto bianco.
«Via, — dissi a me stesso, — compatiamo l'amico che se ha sbagliato, ha sbagliato soltanto nel non aver conosciuto il tuo orgoglio; e mandiamogli un biglietto di congratulazione!» Ma se vi sono dei vecchi coi capelli bianchi che giuocano ancora sul cavallo a dondolo del cavalierato!
*
Questo insulso fatterello ha però alcun grave senso: ha scosso profondamente un'opinione di cui avevo fatto sfoggio sino allora: in politica avevo creduto — con piena convinzione — che il voto del popolo semi-analfabeta, uguagliato al voto dell'uomo addottrinato, fosse un'ingiustizia enorme delle democrazie odierne. Mi ricredo.
Ma il bello è che Platone, questo mirabile ampliatore di anime, trattò di questo umanamente nel suo «Protagora»; e la volpe nella favola di Esopo assicura che il sapere di lettere non è sinonimo di saviezza.