VI. Il signor Capitano.
Oltre al postino, oltre a paron Jusèf — vecchie conoscenze — ho salutato con piacere Pirùzz e ho invidiato la sua vita.
Egli si leva prima del dì, e pensa — come un uomo primitivo — a procurarsi la vita con le sue mani. Caccia o pesca secondo la stagione ed il tempo. Ha sempre fatto così, e in conseguenza conosce tutte le abitudini dei pesci da spiaggia, ripete d'incanto tutte le voci degli uccelli. Le ante della sua botteguccia di tabaccaio cantano al sole dalle infinite gabbiette.
Questa abitudine di convivere con le bestie, gli ha conferito un'indole molto allegra.
Ritorna a casa, si siede su d'uno sgabelletto all'aperto e lì sventra in tutta pace rane, bisatti; spela spippole, farlotti; li monda, risciacqua poi, accende la stipa; trae religiosamente da una credenza antica l'ampollina dell'olio e il bussolotto, ben chiuso, del pepe e cuoce. Si vanta d'essere un «cuoco finito».
Certo è che con quelle due gocce d'olio e quel pizzico d'aroma opera a meraviglia, o su la teglia, o sul testo, o in graticola. Evidentemente egli non conosce soltanto la vita, ma anche la morte degli animali. Cotto, il cibo è versato in un'unica scodella, completata da due forchette: la scodella è posta su d'un tavolinuccio zoppo; ad un lato lui, di fronte siede la moglie Placidia, la cui prosperità contrasta col nome bizantino.
Mi domandano se voglio favorire. Ma io non voglio favorire la vostra colazione; io vorrei favorire la vostra placida lietezza coniugale. Senza tovaglia, un piatto unico di coccio, due forcine di stagno! Ecco il segreto per non far volare le stoviglie su la mensa coniugale.
— Piruzz, via, andiamo a bere un bicchiere dall'oste!
Lo conduco a stento.
— Ma perchè?