Ciò mi ha fatto molto meraviglia, ed ho cercato di scoprire la cagione.

Eccola quale il signor conte mi fece capire: appena i pori del suo corpo cominciano a traspirare, egli sente imperioso il bisogno di copiose abluzioni, il suo passo, quindi, è regolato sulla secrezione sudorifera dei pori: ora, dato il calore del luglio e il polverone delle vie, egli si trova ridotto alla quasi immobilità.

Però un giorno che un grande acquazzone avea rinfrescato l'aria e spento la polvere, vedo il signor capitano di ritorno in bicicletta.

«Ma questo è un carro bagagli» — dissi fra me vedendolo arrivare, e arrivava dolcemente, ma con cupo rombo del corno. Egli aveva non soltanto la borsa fra il telaio, ma su la ruota posteriore un suggesto, carico di roba.

— Vengo da X...., — esclamò festosamente da lungi, alzando la mano e cessando dal premere il corno: indi come fu disceso, disse: — Ventiquattro chilometri fatti splendidamente: non abbiamo avuto una panna! Le pare ancora un poco grave? — aggiunse, scrutando con occhio strategico la sua bicicletta.

— Io direi, — risposi.

— Eppure è ridotto ai minimi termini.

— E lei intende con questo bagaglio di recarsi a Parigi?

— Certamente. La partenza è stabilita con data improrogabile la primavera ventura. Ora sto allenandomi.

La visita a Parigi è necessaria al completamento della sua vita. Un mussulmano non muore in pace se non ha adorato la Mecca: un archeologo se non ha visitato Atene. Per il signor capitano Parigi è la Mecca e l'Atene di quell'amabile galanteria in cui trascorse la sua giovinezza rumorosa e serena. Ma non si pensi male, non si creda che malsani e inverecondi desideri allignino in lui: la sua gioventù fu ben consumata, come il suo vistoso patrimonio fu ben assottigliato. Ora che i capelli sono bianchi, egli è diventato semplicemente un erudito, un antiquario — ma un antiquario sereno e filosofo — della galanteria.