— È vero che mettono in prigione a cantare:

Su venite in fitta schiera?

così mi chiese un bambino, invocandomi come arbitro in una questione avuta con i suoi coetanei: se mettono o no in prigione a cantare l'«Inno dei lavoratori». Mi dichiarai incompetente. «Però fate una cosa, bambini miei; quando vedete venire i carabinieri, mettetevi tutti sull'angolo della via a cantare, e così si vedrà».

La proposta, benchè ardita, piacque. Di fatto appena spuntano i pennacchi rossi e turchini, ecco s'alza il coro argentino, squillante: alcune vocine tremano dalla paura; i carabinieri si fanno più grandi; dei due, ce n'è uno così grosso e grasso che nel suo ventre può contenere due almeno di quei piccini. Alcuni di costoro s'appiattano dietro la siepe: da quel nascondiglio, non vedenti e non veduti, la voce ha vibrazioni di gaiezza suprema. È la voluttà dell'estremo rischio: essere acciuffati come nella favola dell'orco! Macchè! i carabinieri non si sono voltati, nè meno un segno di tacere! Parlavano fra loro, e seguitarono a parlare.

Che mortificazione, poveri piccini!

*

Col garzone del barbiere, che è un buon figliuolo, mi sono permesso la libertà della critica su la moda della camicia di satino nero che portano i compagni.

— Capirà, — mi disse, — che una cravatta rossa sul nero produce altro effetto che sul bianco. E poi una camicia nera fa il suo servizio finchè si vuole.

Erano due buoni argomenti, benchè il secondo poco convenisse ad uno che maneggia il sapone per dovere — almeno — professionale. Gli feci ancora osservare l'effigie dei due santi barbuti e capelluti che egli porta sospesi in forma di grosse medaglie alla catena dell'orologio.

— Trova da dire anche su Carlo Marx e su Enrico Ferri?