Manifestai questa bella idea di fare cavaliere del lavoro il contadino valente al signor Pasqualino, uomo di molta pratica mondana e che ha un bel posto nel giornalismo politico, ma egli si affrettò a smorzare il mio entusiasmo con un discorso molto assennato: io intanto non sarei riuscito mai ministro (questo lo sapevo da un pezzo), secondariamente una simile nomina sarebbe stata contraria alla praticità. Questo pure io sapevo, ma conservo le mie idee in proposito, cioè che è necessario rompere il cerchio fatale della così detta praticità. Se no ripeteremo in eterno il motto di Tiberio, imperatore.

L'imperatore Tiberio, ogni volta che usciva dalla curia — che sarebbe come dire il Parlamento dei nostri tempi — era solito esprimersi così ai senatori prosternati davanti a lui: «Oh, homines ad servitutem paratos!» Lo diceva in greco, che era la lingua elegante di quei tempi. Egli proferiva una feroce verità garbatamente, ed essi potevano fingere di non comprendere.

IX. La villa dell'uomo felice.

Nell'occasione di un pranzo ospitale io avevo avuto incarico di trovare delle pesche, di quelle così dette cotogne, le quali dovevano servire per un fritto o per una crostata di frutta, non ricordo bene; ma ricordo che l'ingiunzione di portare a casa di quelle pesche era stata perentoria: «e che siano belle, mi raccomando».

Ora in quell'estate, nella nostra regione, il raccolto delle pesche era stato scarsissimo: ma io dovevo trovare di quelle pesche. Potevo bensì tornare a casa a mani vuote dicendo che pesche non c'erano; ma quando una donna ha detto che vuole pesche, pesche bisogna trovare per aver quella pace, che oggi è fra i desiderata dei popoli e delle nazioni, ma che pur tuttavia è gran fatica ottenere nelle semplici organizzazioni delle famiglie.

I carretti dei fruttaiuoli, fermi all'ombria, presso la posta, avevano cesti colmi di pere superbe, di susine ambrate, di uva luglia, di fichi primaticci a prezzi ridicoli; ma pesche non ce ne erano se non piccole e brutte, e care un occhio.

Io spiegai della mia necessità di aver pesche. Ma i fruttaiuoli dicevano che pesche come io volevo non ne avrei trovate a girare anche per tutti i poderi d'intorno. Allora un bel signore che sedeva all'ombria egli pure e ripassava in pace la sua corrispondenza, quando sentì quei rivenditori che affermavano non trovarsi pesche all'intorno, levò la testa e disse ad uno di loro:

— No, carino, nel mio orto, se ci vieni, le pesche ce le trovi.

— Nel suo orto, — fece colui alzando il braccio e movendolo per l'aria, — bella novità che nel suo orto ci sono le persiche! Ma mi dica un poco, signor Isidoro, che cosa le viene a costare quest'anno una persica? — e gli alzò l'indice, indicante una pesca sola, davanti al naso.

— Pezzi d'ignoranti! — e il signore che si chiamava Isidoro, disse ignoranti con quattro «a», quindi procedettero le sue parole dicendo: — Guarda lì, come parla! La volete sempre dal cielo la roba, voi. Lasciano questi villani porci gli alberi da frutta abbandonati a tutti i pidocchi, a tutte le muffe, e poi si lamentano se non c'è mele, susine, albicocche, pesche, fichi; quando poi ce n'è, vendono la roba a due soldi il chilo; se non la vendono, la danno alla scrofa.