Il prete, come le vide ed udì, spalancò le braccia ospitalmente, e col saluto di meraviglia e di festa: — Oh, la mia signora marchesa, che bella improvvisata! Lei, — disse piano e in fretta a me, — s'accomodi col mio uomo che è tornato, — e mosse verso la ospite desiderata. Io allora andai dal suo uomo, il quale dall'aspetto doveva essere sagrestano e cantiniere ad un tempo, mi combinai con lui e pagai. (Buona regola, signor arciprete, far pagare subito certe persone. Certe persone, metafisiche e spirituali, non si ricordano mai degli umili loro doveri terreni, quando non lo fanno apposta).
Dunque io pagai e il sagrestano mi diede la ricevuta.
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Le vecchie dame e le marchesine (non mi erano volti nuovi) facevano frattanto un gran chiacchierio, facevan loro il passereto, ma con molto consumo di erre nasale e nobilesco e con molte sfumature toscane, come è costume della nostra nobiltà, la quale, o è educata in Firenze, o quivi ha parenti o temporanea dimora. La voce del prete, nello sforzo di adattarsi ad espressioni galanti e festose, stonava. Le due vecchie Perpetue intanto si affrettavano, acciabattando, a portar fuori seggiole, ed ammannire un po' di ristoro.
— Dio, e Imperia dove sarà rimasta? — gemette a un tratto la vecchia marchesa guardandosi attorno.
— Era avanti di noi con la bicicletta, — disse una sorella.
— Quel velocipede, signor arciprete, — sospirò ancora la marchesa, — è la mia disperazione.
Il prete invocò con gli occhi il Signore contro la nequizia dei tempi e contro il velocipede in ispecie, poi così parlò:
— Quando le dico, signora marchesa, che monsignor vescovo ha dovuto con pubblica lettera pastorale vietare l'uso di questo velocipede ai sacerdoti, dico tutto.
Questa volta fu la marchesa a levare gli occhi al cielo.