Don Ippolito tacque allora; ma parlò dopo, nella torre di Albraccà .

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Aquilino trovò dunque il marchese, nella sua torre di Albraccà , di umore detestabile perchè l'acqua benedetta la aveva dovuta ingoiare lui.

Non offrì nemmeno da bere.

D'altra parte nel cuore del giovane era come un bisogno di cancellare con un giudizio suo proprio il giudizio di condanna, sia pur lieve, ma inesorabile, che la marchesa aveva dato sul caro e buon conte Cosimo: «uno stravagante!» Pareva la condanna del mondo! Ed anche Pietro, l'apostolo, tremò davanti alla condanna del mondo, e disse ben tre volte che egli non era stato con Cristo, che non conosceva quel nazzareno chiamato Cristo! E Cristo non trovando altro espediente per guarire la viltà di Pietro, dovette ricorrere allo Spirito Santo: il quale scese bensì dal cielo nel giorno della Pentecoste ed illuminò i dodici apostoli: ma in misura non sufficiente per illuminare poi gli altri uomini.

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Vedendo il marchese di così reo umore, Aquilino levò una lettera ricevuta qualche tempo innanzi dal conte Cosimo, nella quale si contenevano affettuose parole per il marchese, ed abilmente, un po' per volta, si mostrò desideroso di sapere quella parte della vita del conte che egli non sapeva, ed a cui, con parole di condanna, aveva fatto allusione donna Barberina.

Il marchese disse: — Infandum, regina, iubes renovare dolorem, o come dice Dante, Tu vuoi che io rinnovelli, con quel che segue. Favoritemi quella pipa. Dunque io dicevo una cosa....

— Infandum — suggerì Aquilino.

— Ah, sì, proprio infandum. Il conte Cosimo è da molti anni divorziato dalla moglie ed ha due figli di cui uno segretario d'ambasciata. Tutto questo è di dominio pubblico e può essere detto senza indiscrezione. Quanto poi alle cause del divorzio....