«Anch'io vi sono sepolto. Io son morto e poi sono rinato.»

Così il feretro passò il limitare: quel limitare da cui ella salutava lui nelle dipartite con quella sua mano; quel limitare dove ella lo attendeva ai ritorni. E quando veniva al mattino la rubizza ortolana, a portar le primizie, era ancora su quel limitare che ella scendeva gioiosamente.

Ora ella passava il limitare dentro quel feretro, e la gente passava come prima per le strade della città .

E nella chiesa vide quel feretro posato su la terra, e quattro candele ai lati. Stupì nel vedersi solo anche lì, con quel feretro. Dunque non sapevano nella città che mamà era morta? Un piccolo mormorìo di preghiere lo riscosse. Erano alcune donne in scialle nero; conoscenti di mamà , forse.

Una di quelle si fece avanti, e disse che ella era colei che al mattino, col sole ridente, veniva a portare a mamà pimpinella, fava fresca e lattuga.

E poi sentì che diceva: — Sicuro che la rivedremo ancora! Oh, se non fosse così, allora poi? Quanto bene le voleva la sua mamma, signor Aquilino!

Ed a queste parole gli rinacque il pianto lì in chiesa; e vide un prete parato che, meravigliando, lo guardava.

*

Ora Aquilino andava avanti per una via di campagna, che discendeva il vespero già , verso il Camposanto. Sentiva l'odore del biancospino novello, e una croce dorata precorreva. Il sole — cadendo — raggiava, e i cipressi del Camposanto sorgevano accesi nell'oro del cielo. L'oro della croce, l'oro del cielo: un sogno! come un angelo con le ali spiegate. E gli parea di vedere una scritta nel cielo che diceva: «Tanto più splende l'angelo del Signore quanto più la bara è deserta». Pensava a quelle fallaci parole della vecchia ortolana. E questa fallacia gli parve, per un istante, più grande delle più grandi verità , perchè tutte le cose che aveva messo nella bara non dovevano essere dissolte; e la parola che vince la morte, è la più grande parola! Poi, nell'enorme stanchezza, il pensiero gli si assopì in un torpore mortale: fallacia e verità si confondevano insieme.