Oh, ammirabile, o insospettata, o tutta rivelata a lui, donna Barberina!
Un colpo d'audacia, e l'uomo crea la donna, anche se la donna è una marchesa. Non è sublime tutto ciò? E il giovane masticava quest'idea del possesso, della conquista, del piacere; e sentiva una gran pienezza di vita.
Aveva temuto di provare rimorso davanti al marito.... Ma no! Non ne provava, e ne era sorpreso. Dalla coscienza non gli giungeva più alcuna comunicazione in proposito. Doveva simulare bensì e dissimulare alla presenza di don Ippolito: ma donna Barberina gliene offriva l'esempio con tanta grazia, con tanta naturalezza; e lui sarebbe stato da meno? Anzi quell'esercizio dell'ingannare gli si presentava, a tratti, come una cosa singolare e non elencata fra le virtù dell'uomo.
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Ma con tutto questo non potè reprimere una certa perturbazione il giorno che il marchese don Ippolito, coi baffi arruffati più che mai, gli occhi quasi truci (come diceva donna Barberina), e una lettera in mano, gli disse:
â Devo significarvi una cosa molto grave, giunta a mia notizia. â E così dicendo, accennava ad un sedile, sotto una dea Pomona, la quale si era pudicamente ricoperta di muschio il seno marmoreo.
Che cosa poteva contenere quella lettera?
â Anch'io sono turbato, maestro, â cominciò don Ippolito a dire, e la testa gli cadde in giù. Sollevà ndola poi e presentando la faccia tutta luminosa e commossa, che quasi era bello, battè lente queste parole: â Le ore attuali sono le più solenni e terribili che l'Italia abbia vissuto! E perciò beati coloro che oggi saranno liberati dalla vita.
Aquilino allora sorrise.
â Voi sorridete? Voi sorridete italice? â disse il marchese con stupore e corruccio.