È che Aquilino in quel punto non pensava all'Italia.

— Quando negli anni di grazia 1494 discese in Italia re Carlo VIII, v'era anche allora chi sorrideva!

Ad Aquilino in quel giorno importava pochissimo di Carlo VIII di Francia: ma gli fece piacere; perchè se don Ippolito pensava all'Italia e alla roba di tanti secoli fa, voleva dire che neppur l'ombra di un sospetto attraversava la mente dell'ottimo signore per ciò che riguardava le cose circostanti.

E perciò fece il volto compunto di attenzione e lasciò che il marchese viaggiasse il largo mare delle sue divagazioni. E cominciò così:

— Ahi! che cosa valsero all'Italia le sue arti, i suoi studi eleganti, ed il risorto Platone? e quel Leonardo? e le statue nate dalla divina frenesia di Michelangiolo? e la decantata saggezza di quel Lorenzo, magnifico e pacifico?

Noi seguitammo a sorridere per le facezie degli zanni: scarpa larga e gotto pien, prendi el mondo come vien! E i dotti a disputare se questa voce è tosca; se quella è saporosa di Marco Tullio; o tutt'al più, sospirare, Italia Italia, o tu cui feo la sorte! Noi diventammo intanto merce da baratto fra i potenti del mondo. Le armi! le armi! la forza e la concordia! E sapete voi, maestro, chi, in quell'anno di grazia 1494, previde le sventure d'Italia e predicò la concordia e le armi? Un umanissimo gentiluomo, il quale sapeva altrettanto bene maneggiare la spada, come trattare i civili negozi. Io vi ho nominato quel conte e poeta che fu Matteo Maria Boiardo; e ne vedeste, se vi ricorda, il volume sul mio scrittoio. A sua dilettazione e conforto egli veniva componendo la favola o romanzo di quel barbuto paladino Orlando, al quale, a mezzo della vita, capitò mala ventura: innamorarsi della bianca Angèlica! ed ella ne fece strazio e beffa; guìdalo per le mordacchie, l'eroe! fagli vedere la luna nel pozzo! Del che non meravigliatevi, perchè tale è sempre stato il destino degli eroi; e le belle donne non amano che i vanesi e baliosi giovincelli.

*

A questo punto Aquilino corrugò le ciglia. Dove andava a dar di cozzo la nave del marchese? Per fortuna, prese ancora il largo e proseguì: — E se i nostri rètori meglio avessero lette quelle ottave fiorite in gioia di primavera, noi vanteremmo un'opera, per cui la gloriosa favola di Don Chisciotte apparirebbe come seconda. Ahi, la infernal tempesta della spietata guerra interruppe quel canto, ed il nobile conte, in quel tardo autunno del 1494, ne morì di crepacuore; e non per l'inganno di Angelica, chè in fondo può reputarsi natural sacrifizio dell'uomo essere seviziato da bella donna; ma per le sventure d'Italia.

«Oh, adesso mi pare che filiamo bene», pensò Aquilino, libero oramai da ogni sospetto, chè, quanto all'Italia, egli non sentiva i timori del marchese. «L'Italia è tanto grande ed antica che nessuna balena la avrebbe ingoiata».