â Sinceramente, signore â disse Don Ippolito â, il mio sentimento sarebbe per la guerra. Ma la politica non è il sentimento. D'altronde la testa del conte di Cavour riposa nella tomba da cinquantatrè anni, e in questo tempo le democrazie non ne hanno fabbricata un'altra. Hanno fabbricate altre teste.
Il nemico per il popolo è l'Austria: ma in realtà si chiama Mefisto: al quale, sino a ieri, quelle teste hanno fatto molti inchini....
â La guerra â rispose il giovane â sarà in ogni caso benefica. Eravamo già alle porte della guerra civile.
â Ma la guerra è il sacrificio di giovani generazioni!
â Già ! E cosa dev'essere altro? Se lei passa un'altra volta, avrò il piacere di ascoltare i suoi discorsi, che sono molto, molto interessanti.
E il giovane signore accompagnò don Ippolito alla porta e lì si inchinò.
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Nè maggior vantaggio, nei riflessi della salute della patria; e certo maggior nocumento quanto alla propria salute, riportò il marchese don Ippolito, quando si recò presso le porte, o, per dir grecamente, parà tas thiras, di uno di quei sà trapi che tengono le moltitudini sotto la loro balia. E con mansuetudine, ma con fermezza, aveva parlato così: «Tu non vuoi la guerra, o signore, ed io non la voglio perchè essa è cosa inumana. Ebbene, svela alle turbe questa verità : la patria non è un fico secco! E confessa sinceramente che tu, forse, sei stato turlupinato e alla tua volta hai turlupinato le turbe: perchè la patria non è un fico secco. Forse, o satrapo, perderai la tua satrapia, ma salverai il popolo; perchè così confessando, disarmerai i tuoi avversari che gridano guerra. Credi: la patria non è un fico secco!»
Ma quel signore chiamò i satelliti delle porte, e fece scacciare dal suo cospetto quel pazzo insolente che aveva osato parlare così.
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