Una domenica, di gran sole, Aquilino aveva veduto passare un battaglione di volontari al ritorno degli esercizi.

Erano studenti, suoi compagni d'Università , erano professionisti, esuli, qualche ragazzo, qualche testa grigia, qualche faccia di aristocratico, qualcuno della plebe: ma in tutti una gravità , un silenzio, un'elevazione, una parificazione, una purificazione.

Italiani che non sorridono più! E gli nacque questo pensiero: «Questa è la guerra contro la giovinezza del mondo. È la guerra del popolo che non sorride contro gli umani che possedevano ancora la virtù del sorriso».

Passavano intanto gli armati e i vessilli. I vessilli parevano confusi col cielo. Aquilino guardò nel cielo per vedere quale cosa invisibile passasse davanti al sole: un grande orifiamma, come nel giorno del Signore.

Passarono, e il loro passaggio aveva arrestato il moto della via, come per incantesimo; e soltanto dopo che furono passati, carrozze, tram, uomini, ripresero il loro moto.

I pensieri davano al giovane una sensazione di spasimo, perchè ogni pensiero vagava sincero per conto proprio; si componeva, si scomponeva: ma non se ne formava un sistema, dentro cui l'anima si acquetasse.

E rivedendo con la mente quegli uomini del popolo che marciavano in armi, insieme con quegli aristocratici, si domandava: «Quei miserabili cosa sperano di guadagnare con la guerra?»

La consueta vita degli uomini era turbata; i fili della vita interrotti, chiusa la Borsa, non più scambi, chiusi per paura delle dimostrazioni, i negozi; quasi ogni sera, tumulti fra quelli che volevano la guerra, e quelli che la guerra non volevano.

«Eppure certamente verrà il giorno — pensava, — verrà il giorno che gli operai della vita riallacceranno i fili della vita interrotti: la Borsa, gli scambi, le corse, i caffè folgoranti».

Eppure queste cose avverranno: nella lingua del sì, o nella lingua del ja.