— E se ci vedesse donna Barberina?

— Se ci vedesse! Ma cosa importa anche se tutto il mondo ci vedesse?

*

Più sovente Aquilino si recava nel nido di miss Edith, cioè nel piccolo grazioso quartierino che ella aveva preso in affitto. Un po' trepidante, un po' di nascosto vi si recava. Ma che gioia trovarsi lì! Non si stancava Aquilino di guardare quelle stanzette di miss Edith, che si venivano pudicamente vestendo, un poco per volta, delle prime masserizie.

E talvolta, a testa china, egli era sorpreso lì, nell'appartamento di miss Edith, da questo pensiero:

«Già , le cose stanno così. Far masserizia, fare il nido. Vivere nel nido. E poi? E da prima si è in due. Il protocollo della nostra vita porta che si dorma in un letto grande, nel quale si va a posare la sera; e la mattina ci si sveglia quando la notte si dorme. Su quel letto anche si muore; prima lei, o prima io; o prima io e dopo lei. Su quel letto anche nascono i figli. Ah, i figli! Ecco il frutto del canto di primavera. La fiorita del maggio, ohimè, è scomparsa. Quale legge or ci trascina?

«I figli, perchè? Per chi, i figli? Per noi? per nostra consolazione? per loro? per una ecatombe, come in questi tempi? Chi ne sa qualche cosa di sicuro? Fuorchè l'ufficio di anà grafe, nessuno ne sa proprio niente perchè si creano i figli!»

— Ma che hai, che hai, — gli chiedeva allora miss Edith, vedendo d'un tratto l'amico così pensieroso, — che hai, my sweet one, mio dolce amore?

— È, è, cara Editta, — diceva Aquilino riscotendosi, — che hai ragione tu. Va bene come dici tu: tu hai donato te a me, ed io ho donato me a te. È basta! Io sono, credi, un piccolo idiota!

«Ah, è questo stupido uomo, che appena vede una paglia, pensa a fare il nido, a far le uova. Per il serpe che le verrà a succhiare? È questo stupido uomo! Tu sei ben più saggia di me!»