Con una chiavetta il conte aprì uno sportellino nel portone, e furono dentro.

— Oh, bello! — esclamò Aquilino, compreso di gran stupore e con reverenza, come quando si entra in chiesa.

Lo sportellino si era richiuso. Aquilino si trovò in un mondo a lui ignoto.

Si trovò in un cortile a colonne a due a due, sottili, di marmo; dietro il cortile riposava il verde di un giardino. Montarono per una scalea: alle pareti sogguardavano, dai quadri, certe fronti aggrondate di porporati e guerrieri: agli angoli, armi ed armature vere, come le aveva viste in fantasia leggendo La Disfida di Barletta. Cose secolari, silenziose, piene di soggezione. Sul cielo era dipinta la biga dell'aurora, coi cavalli dalle giube svolazzanti.

Aquilino non avrebbe mai sospettato che vicino alle sgretolate camerette di mamà ci fosse roba sì bella.

Stava incantato.

— Se ti incanti così, viene mezzogiorno — gli disse il conte.

Aquilino allungò la mano per toccare la tappezzeria di una parete.

— È proprio seta! — esclamò con stupore.

Si ricordò allora di quello che aveva letto nei libri positivi delle profezie, che per creare il mondo nuovo bisognava distruggere tutto il mondo vecchio. Che peccato, però!