Tutte quelle figure, dai ritratti, pareva che lo guardassero più torvamente ancora.

— Ma non ti incantare, bimbo — ripetè il conte — a guardare quei pupi. A guardarli troppo, se ne hanno a male e qualche volta piangono. Sì, sì, da vero, piangono.

Aquilino si mosse. Il conte lo condusse per una fila di stanze, piene di libri antichi, di libri morti, di libri addormentati.

— Quanta ricchezza! — esclamò Aquilino.

— Non ti scandalizzare. Libri, pupi, durlindane, tutta roba destinata a finire dal rigattiere, bimbo. È il destino delle cose.

Arrivarono così ad una cameretta che dava sul giardino: quivi era un letto semplice; ed era quella la camera dove il conte era ospitato dai signori di quella casa.

— Ed ora da' mo' retta. Vieni qui, sta zitto, non parlare, ubbidisci, là sciati fare.

Ed il conte fece accostare Aquilino ad una teletta, sulla cui piana di cristallo posavano fiale, spazzolini, profumi. Fece scorrere acqua, infuse essenze, in un bicchiere e, Suvvia, così! i denti; forte! E poi le mani! Ancora, ancora! E poi con certi ferruzzi, e poi con certi spazzolini; insomma lavorò tutto a nuovo Aquilino.

— Ci pigli gusto, eh? Aspetta adesso che ti darò l'acqua benedetta. — E con uno spruzzatoio lo avvolse di un profumo assai aristocratico che dava al giovinetto una leggerezza voluttuosa. E il conte canticchiava: — asperge me Yssòpo, et mundabor, ed ora va a casa e vedremo poi: le vin est tiré, il faut le boire.

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