Uno dei personaggi più ornamentali del salotto della marchesa era il senatore, quello delle fandonie.

Lo aveva visto due o tre volte in cattedra, e lo aveva inteso parlare di non so quali codici pergamenacei e cartacei, intorno ad un ignoto autore di antichi tempi. Lo aveva inteso anche leggere un poeta, ma con sì fatta voce che gli venne in mente — per virtù del contrario — il povero bibliotecario del suo paese, quando leggeva i poeti, chè gli si inumidivano gli occhi. Mai il povero bibliotecario del suo paese avrebbe saputo portare una camicia croccante e scintillante come quella che si sfoderava fuor dello smoking del senatore. Eppure il bibliotecario del suo paese era anche lui un erudito: e leggeva i palinsesti e capiva bene le là pidi.

Si sarebbe creduto che un così autorevole senatore avesse preferito parlare di cose di somma saviezza. No! Preferiva parlare di cose mondanette, e ciò non senza un'amabile causticità . Le vesti, e i reggimenti, e gli ornamenti delle donne avevano in lui un espositore altrettanto dotto, quanto misurato e garbato.

Se avesse usato pari acume e lepore nelle sue lezioni, esse sarebbero parse meno tediose.

Quando però interveniva alcuna intricata questione, allora si ricorreva ai suoi lumi. Egli illuminava, e nessun vento, se non cortese zeffiro di fronda, si permetteva di soffiare sopra quei lumi.

La marchesa aveva presentato Aquilino a questo magnifico signore come frequentatore «entusiasta» delle sue «interessantissime» lezioni.

Bugia di prima grandezza, che donna Barberina aveva proferito con un candore inimitabile.

— Mi pare, mi pare, mi pare — rispose quel personaggio; e quel mi pare suonò con voce blesa, in fretta, come un: mi pale, mi pale, mi pale.

Aquilino avrebbe voluto dire qualche cosa; per esempio, tornar sopra le fandonie di Muzio Scevola: ma quel mi pare fu proferito in modo da far capire che se essi due, materialmente, si trovavano a pochi metri di distanza, realmente la distanza era sì enorme che era inutile parlare.

Ma perchè un tale sgarbo?