â E allora â disse Aquilino â si accontentava anche il filosofo peripatetico del tempo di Don Ferrante e di Donna Prassede quando diceva che la materia ora è caos, ora è una selva, or massa, or peccato, ora tà bula rasa, ora prope nihil, ora neque quid, neque quale, neque quantum, e per esprimere tutte queste definizioni con una sola parola, che la materia est tamquam foemina.
â E sia contento anche lei â disse con manifesta derisione il senatore. â Quando io vado in treno elettrico, io mi accontento del dominio umano su la forza della materia, trasportata da una cascata alpina alle rotaie del treno. E non penso più in là .
â Ed io, invece, penso più in là ! â rispose Aquilino.
â Bravo e mi piace â si udì allora una voce nel silenzio dell'uditorio.
Quel bravo e quel mi piace appartenevano al poeta Emme. Aquilino si volse. Il poeta Emme, ritto, nell'ampio ondeggiante sottano nero, detto or stiffelius, or financière, or prefettizia, sorgeva dietro alle sue spalle. Pareva dire dal ghigno del volto e dalla caramella nell'orbita: «Si batte bene, il giovanotto».
«Caro monòcolo, caro poeta â disse in suo cuore Aquilino â grazie. Ecco i poeti utili a qualche cosa».
â Ma mi faccia il piacere â disse il senatore al poeta Emme, â che lei contraddice per semplice sport â ; e si allontanò con le spalle, per un angolo di quarantacinque gradi da Aquilino. â Lei sa meglio di me, caro poeta, che le fandonie metafisiche di quel signore non hanno più importanza se non come stìmolo del pensiero. à l'uomo che crea il fatto, e col fatto crea la verità , e perciò l'uomo è Dio.
â Ma una simile opinione, signor senatore â disse forte Aquilino â fu già annunciata duemilacinquecento anni fa; e poi fu ritenuta fandonia, ed oggi ritorna verità . Sia pure! Ma può anche col tempo ritornare allo stato di fandonia.
â Eh! â fece il senatore â cioè «eh! chi è l'audace che chiama fandonie le mie parole?» Ed il senatore fu costretto a girare di nuovo per quarantacinque gradi, intorno al suo cardine, sino ad incontrare il volto di Aquilino.
â Ma sì, signor senatore! Ella sa benissimo che duemila e più anni fa, il sapiente Protà gora affermò quello che lei afferma, cioè che l'uomo è la misura di tutte le cose, cioè che l'uomo è il criterio unico della falsità o della verità di tutte le cose; cioè è Dio! Un Dio che trasporta anche la energia alpina alle rotaie; ma lui, come lui, non si porta bene in gambe.