sciogli di Giulio e di Traian sul busto.
altre rime cagionate dagli avvenimenti di quegl'anni; in fine la nota ode alla Croce di Savoia, stampata in fascicoli e messa in vendita e anche in musica nell'ottobre del '59. Nelle edizioni dello Zanichelli vennero poi fuse fra i Iuvenilia[8] e fu più giusto criterio perchè esse hanno grande valore nella storia del suo pensiero politico.
Il Carducci, fin da allora repubblicano classico (tanto per esprimere con parola poco determinante una quantità di fatti e di idee determinate, ma che richiederebbero assai tempo per dichiarare convenientemente) repubblicano per istudi, per l'antica origine della sua gente, per educazione famigliare, per la perfetta italianità del suo genio, dimostra in questo canto giovanile come il concetto dell'unità politica fosse in lui superiore a qualsiasi preoccupazione partigiana, supposto che ve ne fosse stata. Inoltre in questo poetico e gentile invocare l'elemento signorile, conservatore, eroico-feudale a fondersi con il popolo e con la borghesia, non si contiene un'esplicita affermazione di fede monarchica, come poi gli fu mosso rimprovero, quanto un'aspirazione sincera e sinceramente espressa di valersi di tutte quelle forze etniche e storiche che, formanti, per così dire, la complessa geologia morale di questa secolare Italia, potevano contribuire validamente a risaldare la compagine della risorgente nazione.
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Sotto il secondo titolo di Levia Gravia si raccolgono le rime composte fra gli anni 1861-1867, cioè nel tempo in cui, anche a cagione dell'alto ufficio, rivolse tutta la sua mente ad ampliare ed approfondire la sua coltura; tempo «vissuto — come Egli stesso dice — in pacifica ed ignota solitudine fra gli studi e la famiglia.»
Nei Levia Gravia, scriveva il Carducci nel '71, «faccio la mia vigilia d'armi;» ma dieci anni dopo, nella prefazione ad una definitiva ristampa (Bologna, Zanichelli, 1881), così ne ragiona:
«Ci si vede l'uomo che non ha fede nella poesia nè in sè e pur tenta; tenta la novità, e non ha il coraggio di romperla con le vecchie consuetudini; discorda dalla maggioranza e la segue; scambia la materia per l'arte, o le mette in urto fra loro; si balocca facendo sul serio; gitta un grido, e ha paura della sua voce che si perde nel vuoto.
«Rileggendomi, mi giudico come un morto; e anche di questo volumetto che do a ristampare veggo e sento la livida screziatura e il freddo, come d'un pezzo di marmo che aggiungo a murare il sepolcro de' miei sogni di gioventù. Sparite via presto, o morticini; io non ho nè il tempo nè la voglia di farvi nè meno il compianto.»
A parte la violenza del giudizio che Egli nè meno a sè stesso risparmia, è certo che i Levia Gravia mancano di personalità e di originalità; sono piuttosto una sosta che un progresso. Egli forse volle significare ciò col togliere in questa ristampa dell'81 alcuni bellissimi sonetti i quali furono poi compresi nelle Rime Nuove, e con l'accogliere invece le meno perfette rime dei Decennalia[9]: ma è una sosta piena di raccoglimento, quasi a chiamare ed esercitare le forze per ispingersi a nuovo e libero viaggio.
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