L'Inno a Satana segna appunto il termine di partenza per il futuro viaggio.

Quest'inno concepito di getto «dopo anni di ricerche e di dubbi» in una notte di settembre del 1863, in una vera stasi di eccitamento lirico, chiude la serie delle poesie giovanili ed è la prima delle poesie nuove del Carducci, o piuttosto sta a sè come intermezzo di un impeto così pauroso e folgorante cui non trovo riscontro adeguato nella poesia moderna[10]. È lo scoppio di una forza selvaggia che si regge più per ingenito equilibrio che per meditato freno della ragione.

Quest'inno, ripeto, concepito e gettato nel 1863, pubblicato (si noti il lasso di tempo e il modo che sono di una significazione grandissima) nel '65 «per amici e conoscenti,» diventa di dominio pubblico, corre la penisola, i giornali massonici e democratici se ne impadroniscono come di un'arma e lo ristampano; il nome del poeta è fatto popolare oltre l'aspettazione e l'intenzione, più che per qualsiasi altra sua opera d'arte; ma nel tempo stesso si stabilisce il primo dei malintesi fra il Carducci ed il pubblico.

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Ed ora una domanda: quest'inno ha veramente il valore letterale che gli fu dato, cioè di un carme oggettivo sciolto all'ara della pura dea Ragione?

Così pare ad una prima lettura, così venne interpretato: v'è di più, così il Carducci stesso lo difese nelle polemiche sataniche; dove, scusando la poco estetica sintesi, disse «di avere adombrato, come in una poesia lirica potevasi, la storia del naturalismo panteistico, politeistico, artistico, storico, scientifico, sociale;» cioè «la natura e l'umanità ribelli necessariamente nei tempi cristiani all'oppressura del principio di autorità dogmatico congiunto al feudale e dinastico.»

L'inno, fuor di dubbio, vuole anche significare tutto questo.

Ma ora un'altra domanda: il Carducci quando concepì quel canto, sentì la necessità sociale o filosofica o politica che dir si voglia di bandire al pubblico quelle verità? No certamente; tanto è vero che due anni passarono prima che fosse reso di pubblica ragione.

Se Egli era davvero convinto che vi si contenesse un insegnamento utile, una verità nuova da rivelarsi, perchè non lo divulgò subito? Forse perchè come esecuzione non rispondeva al suo concetto artistico? Ma questo, cioè che «mai chitarronata (salvo cinque o sei strofe) gli uscì dalle mani tanto volgare,» Egli potè dire nel 1881, dopo aver composto le Rime Nuove e le Odi Barbare, non allora che vivo era ancora l'ardore del concepimento. Di fatto in questa fine di secolo un tale intendimento filosofico, espresso per giunta in forma lirica, può sembrare un anacronismo o un'ingenuità. Non voglio dire con questo che la reazione politica di allora non coonestasse in parte questo intendimento; ma non giunge certo sino a spiegare la subitaneità e lo scatto lirico di quel canto. Le cause si debbono ricercare in fonti più intime e riposte.