***

Questo canto alla vittoria del pensiero umano sembra essere piuttosto il grido d'osanna alla vittoria sua, della sua ragione divenuta perfettamente libera, e segna il passaggio alla fase piena e virile.

Una più profonda e comprensiva conoscenza dello svolgersi del pensiero storico-umano, maturatasi in quelle sue divinatrici ricerche sul trecento e sul quattrocento e in un largo studio degli scrittori moderni, specie stranieri, diede origine al passaggio, formò la convinzione e l'inno balzò fuori come folgore. Esso in fine altra cosa non è che il paganesimo artistico degli anni giovanili, il quale è fatto cosciente di sè e si afferma naturalismo ed umanesimo: da questa convinzione procede il poeta nuovo e vi si mantiene.

«L'Inno a Satana — scrive tra le altre cose il Carducci in risposta all'affettuosa ma non profonda lettera che Quirico Filopanti gli rivolse in proposito il 9 dicembre 1868 nel giornale bolognese Il Popolo — è l'espressione subitanea di sentimenti tutt'affatto individuali;» e, se non vo errato, non molto diversamente da ciò che io ho detto, si espresse più tardi nel prologo Al Lettore, premesso alle edizioni Barbera.

Si può insomma affermare che quest'inno ha sopra tutto un senso non pur soggettivo ma simbolico: invece fu interpretato soltanto nel senso letterale ed oggettivo come un proclama di fede civile e politica.

E qui sta l'errore: errore a cui il Carducci stesso contribuì involontariamente, non tanto con la poesia quanto con le polemiche sataniche.

Egli non potè o non volle dare dell'inno la spiegazione che verosimilmente è la vera, ma accettò invece la battaglia nel campo che i suoi avversari avevano scelto e dove lo trassero in agguato, senza che nè meno essi il pensassero. L'irruenza alata, ridente, folgorante di quelle polemiche dovea di necessità riportare vittoria completa; ma fu una vittoria in cui è vero che gli anonimi o trascurabili avversari rimasero schiacciati; ma è vero altresì che Egli fu costretto ad avanzare con affermazioni di tal natura che pure essendo assolutamente esatte in sè, non potevano dal pubblico essere comprese se non in senso assai partigiano.

A queste polemiche Egli fu tratto sì dalla critica poco illuminata e molto settaria che gli fu mossa da ogni parte, come anche dalla sua indole «proclive — Egli stesso lo dice — all'opposizione, anche letterariamente». Vi sono poi altre particolarità del suo temperamento d'uomo e di artista determinanti la forma e la sostanza di questa e delle altre sue prose battagliere.

Non eccitato, il suo giudizio è di una serenità olimpica; ma l'opposizione sistematica ovvero informata di saccenteria partigiana, di burbanzosa sicurezza, di malafede o d'ignoranza, lo squilibra; non può restarne impassibile, ma corre dalla difesa all'offesa: e allora il fenomeno particolare, transitorio, sembra acquistare un carattere assoluto ed immanente; l'eccesso dell'intelligenza e le gemme scintillanti della prosa accumulano argomenti e prove come diga immensa contro un torrente da nulla; e tutto un esercito Egli accampa contro un nemico che cadrà l'indomani da per sè per difetto di forze.

Per queste cause mentre ogni singola ragione è vera in sè e tale ci appare e il tutto ci trascina e ci ammalia, non però ci persuade interamente. L'avversario ne esce disfatto; il lettore non sempre è vinto.