Non è più l'uomo che, come Egli stesso disse, «non ha fede nella poesia nè in sè», ma è il cavaliere che ha compito la sua vigilia d'armi, che esce dalla solitudine temperato nell'onda della sapienza e si affaccia al popolo d'Italia nell'invincibile sua fede.
Non è più la gioventù che mal cela il vigore delle membra nel raccoglimento delle venerate forme dell'arte; ma è una gioventù nuova, libera, quale è sorta dall'Inno a Satana, eccitata, infiammata, armata di tutto punto per la battaglia.
E di fatto tutta la sua vita è una battaglia.
Egli nella storia del risorgimento è un personaggio fatale.
Mazzini e Garibaldi formano due lati di quella base di cui il Carducci rappresenta il terzo lato.
Egli è la loro logica continuazione.
In Mazzini l'idea politica storicamente desunta dalle nostre tradizioni più pure; in Garibaldi il combattente eroismo congiunto ad un senso di umanità semplice e buono, proprio di nostra gente; nel Carducci l'arte e gli studi che furono tanta parte della antica vita italiana e così grande cagione nel sentire e nell'affermare il diritto di nazionalità; e in quelli e in questo quel senso dell'idealità e della virtù storica che si presentava come fisso termine di confronto per tutte le riforme richieste dalla necessità dei tempi.
Io so bene che a molti che appartengono alla vita combattente dell'oggi questo ravvicinamento sembrerà strano per lo meno; eppure io lo ho voluto dire perchè lo sento vero.
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Gli avvenimenti politici che vanno dalla battaglia di Aspromonte alla presa di Roma, determinano l'indirizzo della nuova poesia del Carducci. I Giambi ed Epodi[12] sono il frutto di quegli anni, e muovono da quegli avvenimenti i quali segnano, a vero dire, non la via della gloria ma la via crucis per cui la patria si ricongiunse in nazione.