Per tali ragioni quelle rime dei Giambi ed Epodi che poco più di un ventennio addietro erano di una opportunità ed efficacia grandissime, oggi possono sembrare a molti come appartenenti alla storia politica e letteraria del tempo; e questo non per la sola ragione che la poesia politica è di durata breve, ma perchè il sentimento patrio che ne è la nota dominante, non è più sentito a quel modo o non è sentito affatto. Tanto è vero che la poesia civile del Carducci di questi ultimi tempi, informata allo stesso sentimento, sebbene con indirizzo politico apparentemente diverso, non commuove più il pubblico nè sarebbe più tale da procacciare popolarità ad un poeta nuovo.
***
Ma ritornando alla fede repubblicana del Carducci in quel tempo, si osservi di quante necessarie cautele Egli si munì, ogni qual volta dovette esplicitamente dichiararsi, perchè il suo giudizio non venisse frainteso.
Nelle elezioni generali del '76, agli elettori di Lugo che lo aveano eletto loro deputato, dopo avere con altissima parola sostenuto che a lui perchè poeta non dovea essere preclusa la via della rappresentanza nazionale, aggiunge: «Sì; io sono repubblicano. (Scoppio di prolungati e replicati applausi) E repubblicano divenni non per rapimento giovanile, nè per dispetti che io avessi col Governo dei moderati, del quale io personalmente non avrei che a lodarmi. Mi chiamarono ancor molto giovane, senza che io ne li chiedessi, a insegnare in una delle prime Università: mi diedero anche, sempre non richieste, altre onorificenze e commissioni didattiche: un solo torto mi fecero e ben lieve, e scusabile in tempi di tanta concitazione delle parti politiche.
«Nè prima io aveva preso parte ad associazioni politiche, nè vi presi parte, poi, per un pezzo. La mia gioventù fu tutta negli studi: nella solitudine degli studi nacque, crebbe, si afforzò in me l'idea repubblicana. Ma la repubblica mia non è repubblica per sorpresa: anche questa può sorgere a certi momenti, sebbene non è più desiderabile ai veri repubblicani, come troppo difficile a mantenere e ad assodare. E nemmeno è la repubblica oligarchica di un partito anche ottimo, e tanto meno la repubblica dittatoria d'una fazione. Ma non per questo io credo che la repubblica sia solamente quistione di forma: la repubblica per me è l'esplicazione storica necessaria, è l'assettamento morale della democrazia nei suoi termini razionali: la repubblica è per me il partito logico dell'umanesimo che pervade oramai tutte le istituzioni sociali (Applausi). Tale essendo per me la repubblica, è naturale che essa, questo governo di tutti, deve escire dalla persuasione della maggioranza; e dai voti della maggioranza io l'aspetto, e spero che non s'abbia a dire col poeta: Qual di te lungo qui aspettar s'è fatto!»
Questa esplicita quanto elevata professione di fede politica fu compresa nel suo pieno significato, o non si applaudì piuttosto che alla parola repubblica, giudicando le altre come un contorno estetico di quella? Così io penso: ma volendo giudicare il Carducci quale è, non quale appare ai più, è certo che quel discorso non solo contiene un'aspirazione quanto un avvertimento severo dove dice che tale forma politica non deve essere nè donata nè imposta ma conquistata col graduale e cosciente assorgere morale del popolo ad un più elevato tipo di vita e quindi ad una forma di governo che ad essa è conforme.
Forse movendo da tale considerazione o piuttosto da tale fede in un'umanità migliore, dopo sei anni, nel 1882, scriveva[13]:
«Io dico che in Italia, dopo Cesare Balbo, Camillo Cavour, Alfonso La Marmora, Vittorio Emanuele, non conosco monarchici altro che sentimentali e opportunisti; opportunisti, per amore dell'unità e per timore del mutamento: io dico (e lo dico con tutto il rispetto che devo al capo dello Stato e ad un nobilissimo gentiluomo) che nè anche la Maestà del Re Umberto non è un vero e proprio monarchico».