Nell'intervallo, ed al cessare degli avvenimenti che diedero origine ai Giambi ed Epodi, specie dopo la rivendicazione di Roma, che chiude, bene o male, il dramma del risorgimento politico, l'arte pura riprende il sopravvento, e si dilata ed occupa tutto l'orizzonte del pensiero e dell'anima.
È un sole folgorante in pieno meriggio che penetra da per tutto, non nasconde nulla perchè di tutto è cosciente. V'è un'esuberanza di vitalità artistica e di passione che ci incatena e ci fa piccoli come dinanzi ad ogni altro grande fenomeno della natura. Se v'è un difetto, questo è nella ricchezza sua stessa. E quante nuove corde aggiunte alla sua lira: la nota intima, famigliare, lagrimosamente semplice e composta come in Pianto antico, nel sonetto O tu che dormi là su la fiorita, l'Idillio maremmano e Davanti San Guido; la riproduzione icastica e psichica dell'evo medio, come Su i campi di Marengo, Faida di Comune, La leggenda di Teodorico, concezioni epiche con forma e movimento lirico; cose nuove nella storia della poesia italiana; le Primavere elleniche, primavera delle odi barbare; i sonetti Il bove, Santa Maria degli Angeli; meraviglie di un'arte insuperabile!
Tutti i critici che trattarono di queste rime s'accordano nel notare l'immediata corrispondenza fra l'uomo e la natura. Ma la natura del Carducci non è solo quella che fiorisce e si muove sotto questo pallido sole dell'oggi; ma è tutta la natura che già visse e fu forse più ridente, più originale e più libera: ed Egli la fa palpitare e muovere tutta come su la tastiera di un organo immenso.
Se per questa diretta comunione del poeta col mondo esteriore, se per la nitida e plastica rappresentazione de' propri fantasmi, se per un senso umano e profondo da cui l'artefice è naturalmente portato ad elevare il suo canto a missione maggiore che il diletto artistico. Egli debba essere, come fu da molti suoi critici, chiamato pagano, io non so. A me sembra vero e grande semplicemente; e tanto più grande in quanto che a tale altezza Egli sorge più per prepotente sviluppo del suo genio, che per azione diretta degli uomini e dei tempi.
Del resto avverta il lettore che io non intendo con queste poche parole di fare nè qui nè in altri luoghi uno studio sull'arte: altri, e maggiori e più competenti di me e letterati di professione, ciò fecero. Il mio intento è di seguire un filo di idee che mi guidi alla soluzione della questione da cui si intitola questo scritto.
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Ma se tutta quella ricchezza di canti, in vario tempo e modo pubblicati, raccolti infine sotto il nome di Rime nuove, segna il punto della maggiore varietà e genialità della sua poesia, pure a me sembra che questo incontentabile artefice non abbia ancora trovato l'espressione artistica che lo soddisfi interamente e raccolga in forma nitida ed una il suo complesso pensiero.
Le Odi barbare sono appunto questa espressione ultima e sinteticamente felice del suo genio di poeta, di filosofo, di italiano.
Esaminiamone da prima la forma o contenuto, avendo essa un gran significato; e benchè un tempo se ne sia ragionato e scritto moltissimo, tuttavia qualche cosa ancora rimane a dire.
Nel 1881, sotto il titolo La poesia barbara nei secoli XV e XVI[14] il Carducci stesso pubblicò un dottissimo volume ove con ogni diligenza sono ricercati i documenti e le tradizioni della poesia barbara nella lirica italiana: non solo, ma letterati e critici ne presero occasione per trattare con molta competenza e serietà la questione scientifica e metrica. Vedasi sopra ogni altro il dotto studio del Chiarini: I critici e la metrica delle odi barbare, precedente la seconda edizione delle prime odi[15].