Questi pregevoli studi mentre valsero a ridurre al silenzio molte affermazioni malsicure od erronee con cui una parte della critica non erudita combattè le Odi barbare, tuttavia ebbero a mio avviso un torto involontario, perchè contribuirono a rassodare una falsa opinione che era nel grosso pubblico, cioè che quelle odi fossero di formazione non spontanea, ma ricercata; una specie di esercitazione poetica elevatissima e dottissima fin che si vuole, ma che risente dell'arte del mosaico e della virtuosità dell'erudito.

Opinione falsissima se altra mai: eppure bisogna tenerne conto almeno da parte mia, poichè nel rilevare questo dissidio fra l'individuo ed il pubblico, consiste grande parte della forza e del concetto di questo mio scritto. Apriamo dunque una parentesi e cominciamo a fermarci un po' su questo punto che sarà ripreso più avanti e con diversa intonazione.

Quando il Carducci in fine dell'Eterno femminino regale (23 dicembre 1881) esclama: Ah vil maggioranza! A te il suffragio universale e tante scatole di penne di ferro quante servano a scrivere altrettanti romanzi che t'appestino e muoian con te. Ma strofe e te, mai! Sciagurato il poeta che pensi a te! Da lui la strofe alata rifugge su penna d'aquila o d'usignolo, cantando «Odi profanum vulgus et arceo»[16], dice cosa vera.

Ma quando dinanzi agli elettori di Pisa, nel '86, afferma che la sovranità popolare sta su tutto e su tutti, indiscutibile principio d'ogni autorità e d'ogni funzione politica... che non abdica mai, che nessuna forza può sequestrare, che nessun uomo può impersonare, dice cosa ugualmente vera.

Solo a me sembra che la vil maggioranza sia proprio una cosa sola con la sovranità popolare, sia essa o monarchica, o repubblicana, o socialista, o indifferente o quel che più piace; la quale se imprime la propria volontà nella politica, anche nell'arte non si astiene dal far sentire ciò che giudica e ciò che vuole. Un trattato d'erudizione potrà mettere alla berlina un critico impudente; ma non farà ricredere il pubblico, oggi che il pubblico è tutto; nè su di esso lascierà traccia maggiore che una barca sul mare. Il suo giudizio il pubblico se lo forma subbiettivamente con un'intuitiva e istintiva conoscenza di sè, delle sue forze, delle sue volontà, delle sue aspirazioni.

Il vero, il bello, il buono non esistono per esso in via assoluta.

Il vero, il bello, il buono sono ciò che giudica assimilabile, confacente, utile a sè: il resto può essere quello che si vuole: una sinfonia di Wagner, un'ode come Alle fonti del Clitumno; ma è sempre qualcosa che non soddisfa, che non s'intende o non giova intendere: cioè retorica. E intendiamoci: questa maggioranza è formata non da una speciale classe sociale; ma tutti vi contribuiscono anche quelli che sono conservatori e ricchi e borghesi. È semplicemente un fenomeno della nostra vita contemporanea che non tutti avvertono od ammettono, e per quanto possa essere individualmente spiacevole, ogni recriminazione in proposito sarebbe vana.

L'artista, sia poeta, sia pittore, sia drammaturgo, sia musico, dovrà scegliere: o rinunciare alla propria individualità o rinunciare alla popolarità e quindi a tutti i vantaggi che ne derivano.

Per ciò che riguarda questo mio lavoro, mi sono proposto di non perdere mai di vista il giudizio del pubblico e de' suoi interpreti, ma di tenerne conto anche se sostanzialmente erroneo, appunto perchè (ripeto) nel contrasto o latente o palese fra esso e il Poeta, sta la causa della sua evoluzione.

E ritorniamo ora alla forma delle Odi barbare.