In essi, più o meno illustri, è vera e propria retorica, e se ne può dire ciò che scrisse il Platen:

«Se si volesse imprimere il vostro cicaleccio ad un'ode saffica, il mondo s'accorgerebbe che è un vuoto cicaleccio.»

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Ma prima di chiudere queste note su la forma delle Odi, mi sta a cuore fare un'osservazione per non essere franteso.

Dico cioè che sbaglierebbe molto chi imaginasse il Carducci come maestro e capo d'una nuova scuola poetica: Egli chiude, molto verosimilmente, un grande periodo artistico, e la sua poesia ha le impronte di una sintesi definitiva dell'arte, almeno quale fu sino ad ora concepita ed intesa.

Egli stesso per bisogno che ha di esprimere chiaro e rude ciò che crede o sente come vero, ce lo attesta. Nel congedo in prosa alle prime Odi, dopo aver detto che con questi nuovi metri intese di «recare qualche po' di varietà formale nella nostra lirica», aggiunge poi come per subentrare di un altro ordine di pensieri: «Son velleità queste mie, lo so io per il primo, tanto più importune e inopportune oggi, che dinanzi al vero storico, il quale, gloria e tormento del secolo nostro, pervade oramai tutto il pensiero umano, la poesia compie di spegnersi. Tant'è: a certi termini di civiltà, a certe età dei popoli, in tutti i paesi, certe produzioni cessano, certe facoltà organiche non operano più».

Ma a parte tale affermazione che a molti parve esagerata, perchè è un fenomeno umano che certi mutamenti debbono già essere completamente avvenuti prima che l'universale abbia il coraggio di apertamente dichiararli, è certo che questi caratteri definitivi della lirica carducciana si sentono sopra tutto a cagione di una grande e sacra tristezza diffusa per quelle Odi anche dove esse sono maggiormente irrise dal sole che i critici si ostinano a chiamare pagano.

Ben poco dunque Egli intende rinnovare nell'arte, se non forse il senso della austerità e della dignità in chi vi si applica, ma a moralmente rinnovare intende tutta la sua poesia, la quale acquista per ciò un carattere altamente civile e nazionale.

Tale senso ha il distico del Campanella che preludia alle seconde Odi barbare: