Musa latina, vieni meco a canzone novella:
Può nuova progenie il canto novello fare.
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Ed ora esaminiamone un po' il contenuto, specialmente per ciò che esso si congiunge all'argomento di questo scritto; e cominciamo col notare un grossolano errore in cui non pochi sono incorsi ed incorrono. Costoro, argomentando solo dalla forma metrica, dall'elezione e collocazione delle parole e specialmente dal frequente ricorrere della vita ellenica e di Roma e da un certo anelito all'antichità, per tutte le odi diffuso, chiamano il Carducci ultimo dei classici.
È un perfettissimo errore.
Le odi barbare saranno (e dato il pensiero che le informa e il punto che segnano nella storia dell'arte non possono essere altrimenti; e questo pure non è nè un difetto nè un pregio, ma cosa inerente al loro essere) saranno, dico, di un'aristocrazia poco concepibile per la maggioranza; ma sono, se altra mai, opera nuova, originale, moderna.
Una sola qualità vi è che si può propriamente chiamare classica, cioè propria della grande poesia greco-latina; dico il suggello di immortalità che si impronta in ogni parola: le quali ci appaiono come fissate in modo non scomponibile, quasi fuse in bronzo. Di fatto esse non si aggrupparono per mezzo di quella geniale facilità e scorrevolezza che è propria degli scrittori moderni, specialmente stranieri, ma per una specie di lenta, solida e organica formazione; e questa non solo le renderà resistenti contro la corrosione del tempo, ma farà sì che quando questa nostra età scomparirà nel passato (come a chi fugge in treno il paesaggio si allontana e perde i suoi contorni) quelle odi spiccheranno con grande risalto su la tinta grigia del quadro storico, come appartenenti ad un'altra formazione.
Del resto il Carducci può essere anche chiamato l'ultimo dei classici, ma non per quelle ragioni esteriori che sopra ho ricordato. Egli è l'ultimo dei classici perchè attraverso la sua opera poetica, come attraverso un filtro, passa tutto ciò che la vita ed il pensiero antico ebbero di vitale, di perfetto, di lieto, di vero: passa, e si idealizza in un concepimento di perfezione umana, profondamente sentita, sicuramente intravveduta, ineffabilmente desiderata. Per questa ragione fu detto che Egli è un pagano legittimo come Goethe e che la sua poesia rappresenta il sereno e pieno e soddisfatto possesso della vita terrestre, contentezza che deriva dal possesso della chiave de' suoi segreti e delle sue leggi: affermazioni vere, ma solo in parte e che non rispondono ad un generale concetto. Perchè appunto questa perfezione alla quale il Poeta giunge con la sua sintesi purificatrice, ci deve fare intendere che Egli non rappresenta un principio ma una fine, e della fine vi è la ineffabile tristezza. Certo questa tristezza non si esplica in affermazioni concrete, ma si sente diffusa nell'intonazione generale: anzi dove più Egli si eleva a concepire alti ideali o di umanità o di patria, ivi essa maggiormente si sente per il vivo contrasto con il presente e con la realtà.
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A questo proposito si osservi come la nota festosa e piena dell'amore manchi alla sua lira. Per lui l'amore è un rapimento più doloroso che lieto; un rifugio dell'anima: e la donna gli si presenta piuttosto come consolatrice di supreme cure che come fine a sè stessa. Vedi le odi: Su l'Adda, Ruit hora, Alla stazione, In una chiesa gotica.