Ciò che lo scienziato di genio scopre non può essere difeso da alcun brevetto d'invenzione; il pubblico se ne impadronisce, ne svolge un corollario di infinite applicazioni e riproduzioni: in altre parole il pigmeo monta su le spalle del gigante. Il nome dello scopritore può anche finire negli archivi della storia; ciò che importa è la cosa scoperta che diventa patrimonio e ricchezza comune. Questa molto verosimilmente è una delle più valide cagioni dell'ingordo attingere della modernità alle mammelle della scienza; mentre l'arte in quanto è manifestazione prepotente dell'individuo, cioè disegno di puri ed armonici fantasmi, va decadendo. Se rimane è solo dove essa soddisfi ad un certo diletto dei sensi e della intelligenza media e dove l'artefice non imprima più di dolorose e difficili idealità la sua opera; ma, comprendendo il gusto del pubblico, ne eseguisca con bel garbo le ordinazioni: e se le avrà eseguite secondo il suo piacimento, allora si applaudirà e si concederà il compenso e la gloria del giorno.

Questo fatto è universalmente sentito sebbene non sia apertamente confessato, e una prova fra le tante ce la porge il Carducci stesso. Da qualche anno il pubblico avea intuito che Egli sotto il velame degli versi strani non cantava proprio più all'unisono con le sue aspirazioni. Molto verosimilmente non avea cantato mai, ma certe apparenze facevano credere il contrario.

Un bel giorno, con uno di quei movimenti bruschi ed audaci che gli sono propri, Egli stesso ruppe l'incanto e dissipò l'equivoco e allora gli fu tolto il brevetto della popolarità e della modernità che prima gli era stato dato così generosamente.

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Mentre il De Amicis che sino a ieri intese a scrivere per la classe borghese e felice in quella sua prosa colorita e facile, ma sempre castigata e misurata; e così offriva ai suoi molti lettori ed ammiratori la dolce illusione o persuasione di poter essi congiungere tre cose con quelle letture: divertirsi, istruirsi e commuovere l'animo ai dolci e lagrimosi affetti; mentre il De Amicis oggi si rinnova e in politica e in arte, facendo aperta adesione alle dottrine socialiste; il Carducci, invece, che fu sino a pochi anni addietro interpretato per il poeta della democrazia e della futura repubblica, in politica si dichiara tratto e convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia,[20] e in arte, in una delle sue ultime e più compiute odi, la già citata Presso l'urna dello Shelley, esclama:

....... O strofe, pensier de' miei giovani anni,

Volate omai secure verso gli antichi amori;

e un po' innanzi:

L'ora presente è in vano, non fa che percuotere e fugge

Sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero.