Chi poi non si accontentasse di questi saggi, altri e molti consimili ne può trovare in giornali e riviste recenti, i quali giudizi (a parte il tono che fa la musica, cioè la irriverenza delle espressioni, la quale rivolta ad un uomo che è tanta parte del pensiero italiano e che non deve essere confuso coi letterati puri, può essere studiata come sintomo di fatale decadenza o, se meglio pare, di progresso perchè indica affrancamento da ogni feticismo) a parte, dico, il modo che più m'offende, dimostrano come tutto il suo immenso lavoro non abbia punto influito a determinare nulla della nuova letteratura geniale o d'invenzione che si voglia dire.

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Di fatto questa va per conto suo e combatte a tutto suo rischio e pericolo. Il dramma ed il romanzo ne sono le maggiori manifestazioni; e sebbene ogni scrittore segua con la più grande libertà quella teoria d'arte che più si confà al suo temperamento o che più è di moda, tuttavia essi hanno alcuni caratteri comuni che danno l'intonazione generale e sono indice abbastanza esatto del tempo.

Di questi caratteri tipici e comuni a quasi tutti i giovani autori italiani, due mi sembrano notevoli. Eccoli brevemente: Essi hanno fatto divorzio assoluto con l'erudizione e con gli eruditi; e non si può dire che abbiano avuto torto, tutt'al più si potrà lamentare questa scissura delle nostre forze intellettuali più vive e giovani: ma penso che sia un male senza rimedio.

I letterati puri, gli eruditi, i filologi sono gente che davvero vivono troppo a sè come se il pubblico non esistesse, ma senza sdegno come senza amore. Hanno giornali e riviste loro proprie che il pubblico non conosce nè meno di nome e dove ciascuno alla sua volta è spettatore ed attore.

E davvero questo segregarsi dalla vita combattuta e vissuta è un gran male, perchè essendo essi a capo della coltura e dell'insegnamento, godendo di molta autorità, almeno in un dato ceto sociale, del favore governativo, potrebbero esercitare un'azione attiva, direttrice sul serio e altamente benefica, coraggiosa sopra tutto su la vita del pensiero nazionale. E in verità a questo nobile fine tende l'erudizione del Carducci, anche dove rimane pura e perfetta scienza. Nei nostri giovani eruditi invece pare che manchi l'ingegno combattente e la ragione pratica dei loro studi.

Diseppelliscono i loro morticini letterari o storici; compiono i loro riti fra loro e quel che è peggio vi costringono tutta una scolaresca, con un frasario ostentatamente scientifico, che del moderno non ha le audacie e la vivacità; del classicismo non ha l'arte, la profondità, la lingua. Mancano degli entusiasmi degli umanisti; e del metodo di ricerca moderno non gli alti fini e l'ampiezza, ma solo ritengono ed ostentano una falsa rigidità ed un'astrusa freddezza.

Si potrebbero anche chiamare i primi e veri decadenti del classicismo; facendo sè stessi inconsciamente ministri di una evoluzione negli studi dagli innovatori audacemente propugnata. Ma di ciò più innanzi.

È esagerato quello che io affermo? Nella espressione forse, non nella sostanza per chi esamina spassionatamente le cose.