Ora i giovani che sentono di avere qualche cosa da dire al pubblico, cioè che credono di essere con più o meno vocazione chiamati all'arte, il primo atto di dovere verso sè e verso il pubblico da cui vogliono essere intesi, consiste nel ripudiare tutto ciò che possa sapere di studio e di coltura nel senso classico-nazionale. Tutt'al più se nell'arte formale del periodo e dello stile è necessario un modello, questo si ritrova in ogni letteratura, compresa di necessità la francese ed esclusa l'italiana. Nessuno più di me odia il falso e retorico classicismo che per tanto tempo tenne le veci della geniale spontaneità e dell'arte vera: ma che da una così copiosa e gloriosa e mirabile tradizione letteraria quale è la nostra; dal rigoglio di idee che, innegabilmente, è proprio dell'età presente non debba venir fuori nulla di originale, di nazionale, di italiano, è proprio sconfortante.

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Un secondo carattere della letteratura geniale (dramma, romanzo, novella, critica) consiste nel fenomeno seguente, ed è così tenace da sopravvivere a tutte le mutevoli teorie d'arte.

Ecco: questo grande e complesso organismo della società borghese, reca attraverso la tenace resistenza che ancora lo sorregge, tutti i caratteri patologici di un dissolvimento assai grave. Bene: la nostra giovane letteratura si fissa e si propaga su queste profonde cancrene con la brillantezza allegra e la caducità delle fungaie. Si può obbiettare: tutta la letteratura europea dallo Zola, all'Ibsen, al Tolstoi offre questo carattere di decadenza. È vero; ma ad esempio, in questi grandi scrittori, campioni di tre grandi razze, oltre alla decadenza v'è anche un al di là, una fede non ricercata ma ingenita a non so quale remota rigenerazione umana, un'ebbrezza di bene, un mistico ed ascetico profumo di virtù consolatrice e redentrice. I nostri giovani autori nulla ritengono di tutto questo: essi hanno solo l'intuito felice di tutte le forme morbose della società; pare che le ricerchino come prediletta materia d'arte, e vi si posano con un compiacimento allegro e scettico, come le mosche iridescenti brulicano, s'accoppiano, folleggiano su le piaghe mortali. Si direbbe che da noi il decadimento della società presente, che è universale, si congiunga con un decadimento speciale della nazione.

Con queste parole non intendo di farmi campione della morale (voce oggi di molta incerta definizione) e molto meno di fare il maestro a quegli scrittori. Se essi scrivono così, vuol dire che il loro ingegno, la loro arte, il loro pubblico li porta a questo e non c'è nulla da aggiungere.

Io voglio dire semplicemente che quando una società riconosce il suo maggior diletto intellettuale in questa sua stessa patologia e criminologia sotto forma artistica; quando si compiace di questa specie di autopsia che essa fa di sè e de' suoi mali, tale società ha perduto il senso della propria conservazione.

Gli antropologi potranno, non dico di no, compiacersi vedendo come i loro soggetti di studio si allarghino oltre la cerchia del manicomio, dell'ospedale, delle carceri, per le vie e per le case; ma è vero anche che dinanzi a questa raffinata e voluttuosa patologia il socialismo nelle sue forme più audaci di distruzione si presenta talvolta come logica conseguenza, e talvolta sotto l'aspetto di una forza benefica, per quanto inconscia, che tende ad espellere dall'organismo sociale quei principii morbosi.

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Dove può sembrare che il Carducci abbia fatto scuola, si è nel campo della filologia e della critica, dove con una larghezza e sicurezza sorprendente lasciò la sua impronta di leone.

Senza dubbio, come scrive il Panzacchi, Egli rimutò l'atmosfera letteraria del nostro paese e divenne centro di un rinnovato movimento critico. Ma affermando questo non si intende di alludere solamente al metodo storico di cui Egli, per la verità del sistema e per reazione alla letteratura falsamente estetica e d'impressione, fu il più sereno e sicuro maestro. V'è di più: Il Carducci è caposcuola dell'onestà letteraria e dell'avere segnato entro quali termini e per quale determinato fine gli studi abbiano giusta ragione di essere. Rimane poi sopra tutto meraviglioso nell'avere rivolto le ricerche e gli studi ad un fine pratico: cioè ad un'instaurazione superiore della coltura nazionale.