Ora questa grande idealità degli studi che anima il Carducci accende anche gli animi della nuova generazione che attende con tanto fervore all'erudizione e alle lettere?
Non pare, e non pare nè meno che lo seguano nella parte formale, cioè in quella chiarezza e genialità artistica la quale risplende nelle più severe opere di lui e che non solo del Carducci, ma è propria della nostra tradizione italiana. Lo crede Egli? Io non so. Certo è che la sua fede nell'opera rigeneratrice degli studi è immensa, sebbene (mi si perdoni il giudizio azzardato) questa fede pare che abbia origine più dalle sue forze soggettive che da una fredda conoscenza dei fatti e delle persone.
V'è in lui qualche cosa di invincibile, di rigido, di sublime che resiste ad ogni urto; una convinzione, una coerenza così serrata che non permette al dubbio e all'indifferenza di insinuarvisi e fanno sì che Egli rimanga credente e combattente sino alla fine.
A questo proposito sono notevoli i seguenti passi del discorso pronunciato in Senato il 17 dicembre '92, in difesa dell'insegnamento classico:
«Badate, o signori, la rivoluzione e la nazione italiana l'hanno fatta la nobiltà e la borghesia, quella che io direi cittadinanza. Le plebi, intendo specialmente le masse rurali, non ebbero parte nel nobile fatto. Non potevano capirlo: parteggiarono più di una volta coi nostri nemici. La patria la conoscono appena, e non benignamente come una madre. Giustissimo dunque ed utile rinnovare e rialzare con l'educazione le plebi; ma altrettanto necessario mantenere calda e viva nella cittadinanza l'idealità che fece la patria: e questa idealità, non importa che lo dica a voi, o signori, in gran parte proviene dalla coltura classica.
«Vorrei poter analizzare quanto di greco e di romano, quanto di Epaminonda e di Mario, di Trasibulo e di Caio Gracco entrasse nelle prigioni, salisse i patiboli, combattesse nelle battaglie dell'indipendenza.
Conclude dichiarandosi «fiducioso e certo che l'on. Ministro non ha bisogno di conforti a mantenere nelle scuole classiche, senza collegiali impacci di pedanterie, quella idealità superiore greca e romana, contro la quale tuttavia batte il flutto della volgarità, della materialità, ed anche, o signori, della ostinata torbida incertezza e istinti sovvertitori che tutto vorrebbero abbattere, e nulla sanno rifare.
«In tale mantenimento sta per me gran parte della speranza di salute e gloria al popolo italiano, che è per tutte le sue tradizioni altamente e profondamente classico e ideale. A ogni modo mi conforto col vecchio Guizot: l'aristocrazia greca e romana è l'ultima che rimane agli spiriti nobili e che nessuno può togliere».
***
Io, per mio conto, quando vedo questo fenomeno quasi costante, che i più lodati fra i giovani filologi, appena usciti dalle scuole, vanno col lanternino in cerca del codice da esumare o dell'autore da rimettere a nuovo o almeno del testo da commentare (se ancora qualcuno è sfuggito alla ricerca) e leggo certi loro libri e riviste che hanno tutta l'ibrida apparenza di un'algebra letteraria in cui nulla riluce della vivacità dell'ingegno e della lietezza di spirito inerente con gli anni, ma un'impacciata gravità inestetica lascia trasparire attraverso le screpolature qua e là la grettezza del pensiero ed una erudizione non maturata non organica ma accattata malamente; quando nelle scuole il metodo che dovrebbe essere il mezzo diventa il fine, oh allora a tutt'altra cosa io penso che ai liberali studi e all'umana idea classica; e invece, non so per quale associazione di idee, mi vengono a mente que' bravi giovani i quali dopo aver compiuto un certo tirocinio, o apprentissage, come meglio s'intende, in qualche fondaco o studio di commercio, stanno poi incerti se darsi piuttosto all'importazione delle arringhe affumicate oppure dei formaggi svizzeri.