Di grazia, non mi si creda per tali parole irriverente verso i maggiori e verso questa nobilissima scienza moderna della filologia e della critica, la quale ha recato tanto contributo alla conoscenza del vero e però alla civiltà e al progresso vero; e, certo, benedetti mille volte i giovani che a questa scienza attendessero con severità di propositi ed elevatezza di intenti; ma come studio individuale, ma per assorgere poi ad una più sapiente e sicura comprensione dell'animo, della storia, della filosofia, dell'arte; e questa conoscenza trasportarla come forza viva, benefattrice, illuminatrice nella corrente della vita che si vive per mezzo specialmente della scuola. Magari fosse così, e questa nostra patria italiana di quanto si sarebbe avvantaggiata nella ricostruzione della sua nazionalità intellettuale e morale!
Ma non è così. Si fa dell'erudizione per l'erudizione, della ricerca per la ricerca, e fin qui meno male; il male vero è che questa erudizione non è animata da un vero e proprio amore, come a dire approntare un grande e purgato materiale di analisi di cui poi altri o essi medesimi fatti più maturi si valgano per istudi più complessi e maggiori o per adattare il già noto al mutevole tempo. In generale è tutta un'erudizione frammentaria a cui manca la coordinazione e la finalità, se pure per finalità non si vuol intendere quella molto necessaria ma poco nobile di apprestarsi, come sembra sovente, i titoli per i possibili concorsi: ma sopra tutto manca la idealità, tanto che io non esito a dire che se invece del classicismo greco, latino, italico dovessero indagare le origini della letteratura chinese o giapponese. vi porrebbero il medesimo ardore e la medesima pazienza.
Tutt'al più a volere assegnare a costoro una ben strana missione storica, già adombrata sopra, si potrebbe dire che essi rendono simiglianza a' notai e loro scribi i quali compiono minuziosamente l'inventario del pensiero classico; e quando si parla di inventario, si parla anche di morte.
Bene io so che vi sono eccezioni molte e nobili, ma non valgono ad infirmare di troppo il mio giudizio. E ne fanno prova le scuole ove sono chiamati ad insegnare ed hanno i maggiori gradi, che mercè loro (e se vuole si aggiunga pure l'azione dannosa di certe vecchie e sfiatate cariatidi dell'insegnamento) la scuola classica si può chiamare la demolitrice del pensiero classico. Si possono rinnovare libri, rimutare leggi, come si mutano annualmente; ma rimane sempre il fatto che i giovani quando ne escono mandano un gran respiro come se il petto si allargasse, ed anche un tacito parce sepulto, quando non è un'imprecazione, non solo al buon Senofonte e a Cicerone, i due meno intellettuali autori e pure i capi saldi dello studio del greco e del latino, ma a Platone, a Sofocle, a Vergilio, a Tacito, al Petrarca ed a Dante insieme a Laura ed a Beatrice, coi quali autori vissero per tanti anni senza che a quella immortale luce la loro mente si accendesse; anzi credendoli conoscere per averli così spesso avuti seco e averli letti ed esserne stati martoriati, portano nella vita la persuasione che siano perfettamente inutili, appunto perchè perfettamente non li intesero o, meglio, non vennero fatti intendere.
Certo è che l'effetto dannoso di tale esagerazione del metodo, mancanza di idealità, di finalità, di arte diviene maggiore a cagione di un senso direi quasi universale di avversione per lo studio dei classici; e di questa avversione non so trovare altra causa vera e prima che la seguente, cioè che il pubblico intende ovvero intuisce come questo studio, se fosse ridotto alla sua vera missione e fosse insegnato come dovrebbe essere, non potrebbe a meno di non produrre una vera e fiera aristocrazia intellettuale, al quale fatto ripugna istintivamente.
Per le cose dette anche in mezzo a codesta classe di gente studiosa e colta il Carducci mi si presenta come diverso e solitario.
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Non pochi hanno notato che nelle terze odi barbare v'è una decisa concentrazione del Poeta in sè medesimo, e ne hanno dedotto un decadimento delle sue forze poetiche. Per me invece sono prova della sua vera tempra di genio e della inesauribile potenza: appunto perchè essendo costretto ad attingere sempre più entro di sè, riesce tuttavia a dare alle sue fantasie soggettive un'estensione meravigliosa.
Tace in quelle liriche la vita presente, ma pare che l'anima dei secoli vibri all'unisono della sua in non so quale solenne tristezza, e la natura tutta vi risponda con una tragica serenità che non è nelle prime odi.
Sarebbe invece più giusta cosa il dire che Egli ha voluto o fu costretto a spingere l'arte della poesia a' suoi ultimi confini. Dopo s'innalzano le colonne d'Ercole e lì bisogna arrestarsi.