In un breve scritto che suona come ultimo vale ad Alberto Mario, ricordando come questi, oramai vicino a morte, gli rinnovasse la memoria di scrivere la storia del Quattrocento, prorompe: «Oh, se io fossi Erodoto e potessi leggere a un uditorio di Greci, io vorrei scrivere ben altra storia; la vostra storia, o padri e fratelli eroici. Voi sparite un dopo l'altro dallo spettacolo della vita: la nuova gente agita bandiere e sparge fiori su le vostre bare e le tombe, e vi piange, e vi acclama, e vi predica e poi vi dimentica.» E per la morte di Garibaldi, nel famoso discorso, dice: «La miglior parte del vivere nostro è finita». Certo ritornano alla mente quei versi nell'epodo in morte di Giovanni Cairoli, che dicono:

Oh come sola è ora

La casa degli eroi!

Ma non alla dimora di Groppello, sì bene più largamente sembrano significare. Caddero, e con essi cadde e tramontò l'idea di un'Italia repubblicana: repubblicana, intendo, non nel solo senso politico che anzi perdura più che mai, ma nel senso storico e classico, idealmente rinnovato secondo i bisogni della vita presente; per cui il Carducci chiamò sè stesso per educazione e costumi repubblicano all'antica.

Questi costruttori di una patria perfetta e bellissima non sono più: ma pare che dal loro scomparire dalla scena della vita, quasi non più da essi trattenuto, si sia rapidamente accelerato e diffuso quel movimento sociale, di cui ora voglio indicare un solo aspetto, cioè come le genti italiche o dimentiche o non più curanti dei distintivi storici di nazione, tendano a confondersi nella fiumana di una umanità rinnovata.

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Ho detto dimentiche e non curanti; ma non è tutto il mio pensiero: io penso che la nostra rivoluzione politica abbia avuto anche per effetto di portare in su, alla direzione degli organismi più delicati e vitali della nazione, una certa classe sociale mezzo borghese e mezzo plebea, che non è da confondersi nè con la buona aristocrazia dei natali e dell'ingegno, nè con quella borghesia che il Carducci così bene chiama cittadinanza e nemmeno con le forti e serene classi lavoratrici delle officine e dei campi; ma qualcosa di mezz'e mezzo che non aveva nè tradizioni, nè energie, nè affetti superiori; che prima non era nulla, che oggi non è nè credente nè atea, ma egoista per istinto, cosmopolita per insensibilità; cui la libertà politica fornì i mezzi di rimpannucciarsi, di infarinarsi di coltura, di venire a galla, di farsi valere; che segue la corrente sempre dal lato ove è più forte, intendendo benissimo che comunque vadano le cose essa avrà sempre da guadagnare, nulla da perdere.

Questa classe indefinita e indefinibile si è propagata, sparsa, sovrapposta, un po' da per tutto: nelle assemblee legislative, nelle amministrazioni, nel giornalismo, negli impieghi, nelle scuole; si attacca dovunque, porta dovunque la sua bava che fa smarrire i colori e le fisonomie alle persone e alle cose, la sua distruzione anche quando in politica si atteggi a conservatrice.

Ora pare monarchica ed agisce come forza in sostegno di questa istituzione; ma basta il menomo contraccolpo perchè questa massa si sposti e diventi repubblicana, socialista, magari anarchica senza sapere neppur essa perchè; certo per forza di viltà: è una specie di grande claque sociale, che si recluta da per tutto, che non ha nessun convincimento, ma che in un momento grave deciderà della vittoria.

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