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Che cosa si intenda per questo non so che di superiore fu già detto innanzi con speciale riguardo all'arte; ora mi gioverò delle parole del Carducci stesso per meglio determinarlo nel senso politico.

Ecco: Nessuno è più del Carducci democratico nel senso umano della parola; ogni pregiudizio, ogni convenzionalismo dilegua dinanzi alla luce del suo giudizio; pochi come lui grandi, seppero vivere in tanta modestia e dignità di vita privata come Egli visse e vive; se altri lo uguaglia, certo nessuno lo supera nell'amore al benessere ed alla pace per tutti gli uomini di buona volontà, e sono convinto che in sostegno di qualsiasi riforma economica informata di giustizia e tendente al vero bene, Egli darebbe il suo voto.

Che cosa v'è dunque di diverso dagli altri in quest'uomo, in questo eroico combattente della libertà, perchè oggi debba essere giudicato inadatto a conoscere la pienezza dei tempi?

Forse perchè da ultimo si dichiarò monarchico? Evvia, anche quando Egli era repubblicano (a modo suo) e lo si applaudiva perchè v'era il tornaconto, si sapeva bene quale Egli era, cioè come è oggi.

La vera cagione è che fra il Carducci e la gente nuova v'è un abisso di mezzo: allora si fingeva di non vedere, ma oggi invece che Egli stesso bruscamente l'ha chiarito con la sua conversione, si coglie il pretesto di questa conversione per proclamare la sua incapacità di assurgere alla conoscenza dei bisogni e delle aspirazioni del momento che fugge.

Scriveva dunque nell'83, cioè quando non avea ancor cessato di essere il cantore di Satana e il poeta della democrazia:

«L'idealità di una nazione, la religione cioè della patria, ha per fondamento, per focolare alimentatore una o più realtà, ciò sono una graduale trasformazione e ascensione delle classi inferiori verso il meglio; un ordinato e sano svolgimento delle forze economiche nelle classi mezzane; un'aristocrazia almeno del pensiero, della scienza, dell'arte, in una coltura superiore di genio altamente nazionale,» e poco sopra definisce la idealità di un popolo così: «cioè la religione delle tradizioni patrie e la serena e non timida conscienza della missione propria nella storia e nella civiltà, religione e conscienza che sole affidano un popolo d'avvenire»[28]. E nella sua professione politica agli elettori di Pisa (maggio 1886) scrive: «Io voglio lo svolgimento di tutte le riforme democratiche richieste dalle necessità storiche dei tempi, ma con tutte le guarantigie dell'ordine politico e sociale secondo la tradizione italiana».

Ora questa pugnace aristocrazia dell'ingegno in una coltura nazionale, questa religione delle tradizioni patrie, questa coscienza della missione di un popolo nella storia e nella civiltà, sono sentimenti che la società che si va formando ritiene come un errore o, almeno, come un ritardo: ed è cosa logica. Essa ha bisogno di livellare, di scancellare, di rinnovare.

Ogni opera che tenda a conservare autorità di principii, tradizioni storiche, etniche, artistiche per quanto vere, ottime, bellissime, riesce a questa nuova gente di troppo insopportabile peso per il suo viaggio.