In questo consiste la vera differenza fra il Carducci e la nuova gente; differenza che esisteva anche prima; non nel vario significato fra i due nomi di repubblicano e di monarchico che, nel Carducci, non hanno una essenziale differenza di contenuto.
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Perchè è un grave errore di miopia il credere, come fanno alcuni eterni sentimentali, che questo fenomeno dissolvitore e innovatore che si intende con la voce socialismo, sia una semplice malattia economica cui si possa applicare qualunque panacea, anche il puro cristianesimo!
Certo non è facile segnare il confine del punto ove il fatto economico cessa per diventare fatto morale, tanto più che sovente le due cause sono fra di loro congiunte ed intersecate; ma è però vero che la causa morale vi entra per grandissima parte.
Speciali condizioni e trasformazioni delle industrie, delle ricchezze, della proprietà, del lavoro, costituiscono il turbamento economico, quale con serena e fine diagnosi fu determinato dal Marx; e qui non tanto sembra doversi incolpare una speciale iniquità degli uomini, quanto la natura delle cose e del sistema capitalista a cui alcune classi della borghesia furono a mano a mano condotte e che esse stesse sembra non possano nè migliorare nè altrimenti modificare.
È però vero che questo disagio economico si è insensibilmente acuito a cagione di non so quale pervertimento della nostra natura, per cui avviene che tutti noi, dal più al meno, abbiamo smarrito il senso della vita fisiologica, semplice, vera, buona; ma consideriamo il superfluo, l'innaturale, l'artificiale come precipua condizione di felicità.
Negare od eludere questo male puole essere facile, non così il proporvi un adeguato rimedio.
Ma ommetterebbe un grave coefficiente per giudicare in modo imparziale, chi considerasse il socialismo come proprio di una speciale classe sociale, cioè di coloro che portano a dosso la livrea di servi del capitale. Anche le altre classi vi concorrono, almeno negativamente, cioè distruggono in un senso mentre quelli distruggono dall'altro; e in prima linea viene la stessa borghesia ricca, capitalista o industriale. Essa, salvo sempre le eccezioni molte e degne, offre questa strana contraddizione, che, mentre oppone una resistenza fierissima di conservazione materiale, moralmente sembra penetrata da una voluttà di dissoluzione maggiore che non sia negli altri il desiderio del divenire.
Non ha idealità religiosa, perchè, quando non è giudea, della vera fede ha perduto quasi tutto fuorchè le apparenze; non ha tradizioni eroiche e gentilizie, perchè è sorta da ieri da un'aristocrazia che avea finito il suo tempo; non si può dire che sia monarchica, perchè con pari garanzie accetterebbe anche la repubblica; idealità nazionale non sembra che ne abbia molta, perchè priva di profonda coltura; e se in alcuni casi ha contribuito all'unità politica, non si può dire che l'abbia fatto sempre per nulla o, se così fu, se ne venne poi dimenticando. Si vale però della religione, della morale, della patria, dell'arte come strumenti di difesa; ma senza volerlo o saperlo li scredita e li deforma. Essa ha un carattere cosmopolita ed utilitario; ed uno che volesse fare ricerca di frasi, potrebbe anche chiamare questa borghesia come la matrice storica del socialismo. Essa di fatto è portata dalla sua stessa natura ad accentrare e ad accumulare sempre: ma è giunta al punto che le forze per contenere e conservare ciò che chiama sua legittima proprietà le oscillano e accennano a scomporsi con suo gravissimo pericolo.
Di contro a questa smisurata e innaturale forma di proprietà, di ricchezze e di sfruttamento, il socialismo si accampa con la opposta reazione della comunità o socializzazione dei beni e dei capitali; la quale nuova dottrina economica sembra suggerita dallo stesso accentramento capitalista.