“Felice lei!„ esclama con voce patetica mia moglie.

Eliodoro Marcoleni sorrideva beato. Promozione ogni anno con lode.

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Ma io so che cosa vogliono dire le visite della signora Marcoleni con la esposizione dello specchietto dei punti del ragionier Marcoleni; io so quale procella si forma, poi, ogni volta che mia moglie fa la voce patetica!

E perciò io taccio. La lunga esperienza mi ha provato che il tacere o per lo meno il ridurre le parole al numero delle parole indispensabili, è il sistema migliore per abbreviare il periodo ciclonico.

Povera moglie mia! È buona, ma è ciclònica. Inoltre mia moglie odia la filosofia, o almeno la mia filosofia. La mia filosofia si va sempre più accentuando in questo senso: semplificare la vita. La filosofia di mia moglie, invece è un'altra: complicare la vita.

Mia moglie, quando usa espressioni gentili a mio riguardo, dice: imbecille, stupido, cretino. È un omaggio reso alla mia intelligenza. E siccome i fatti si incaricano di darmi ragione, così io dico sempre, quando converso con altri: imbecille, stupido, cretino, come dice mia moglie. Questa cosa la esaspera in modo atroce, e a me fa piacere. Dice: lo dico a te, ma non mica perchè tu lo deva andare a dire. Ed io dico: stupido, imbecille, cretino, come dice mia moglie, che non vorrebbe che lo dicessi. Ma se è la verità, — dico a mia moglie, — perchè devo nascondere la verità? Perchè devo temere il ridicolo?

E benchè — dopo aver letto l'annunzio funebre — provassi una certa tristezza nel ripetere Marcoleni era, Marcoleni sorrideva, invece di Marcoleni è, Marcoleni sorride, tacqui. Non dissi: “Sai, moglie mia, quel povero Marcoleni è morto. Forse, morto per uno sforzo di educazione fisica„. Tacqui.

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Ma quando fu sera — e io ero nel mio studio — ecco la porta si spalanca: entra mia moglie atterrita, col giornale in mano ed esclama: