LA BORA.
Paron Mènego, quand'era a bordo ritto su la tartana nera era un personaggio! Conosceva le stelle e le acque; e quando a pope reggeva la barra, dominava i venti e le onde. Ma se il mare era piano, paron Mènego fumava la pipa chioggiotta in cerchio coi compagni, o disponeva le schegge sotto il paiolo per la polenta dolce, o ammanniva su la tolda, entro gli schidioncelli di ròvere la triglia rossa, la seppia bianca, la sardella turchina; oleose, e ancor palpitanti.
Ma a terra paron Mènego faceva meno figura: sia che la terra gli mettesse soggezione, sia che in terra camminasse bordeggiando sui grossi zoccoli di legno, che pareva ebbro.
Ma soltanto la domenica era un po' ebbro.
La sua tartana con le altre tartane dalle vele rosse tornava a terra il sabato sera.
“Bettina son qua, xe arriva el to omo. Bora, bora! Caligo! Bonaccia! Vento de maestro, trenta coffe de pesce!„ diceva arrivando a casa il sabato.
Bettina, la sposina, scapigliata e sudicetta, sapeva quel che aveva da fare senza parlare, all'arrivo del suo uomo. Scapigliata e sudicetta, ma sotto panni le carni avea delicate e bianche come la seppia. Bettina, piccola Madonna con le ciglia abbassate, saliva allora docile la scaletta di legno che conduceva al tàlamo. Dietro rimbombavano gli zoccoli del gran màschio-marino.
Dopo mezz'ora costui diceva:
— Adesso sto ben!