E così sporgendo il ciuffo e il naso che sorreggeva le lanterne degli occhietti vivaci, apparve nella sala da pranzo ove la famiglia era raccolta sotto una bella lampada presso una tavola candida e fiorita di bellissimi fiori. Leuma gli andò incontro e la sposa allora sorrise vedendolo.

— Benedetta, che la ride finalmente! — disse Astese — non deve mica aver paura di me; non glielo porto mica via il suo sposo! Ma sai — e si rivolgeva a Leuma — che io ci pensavo a questo caso, cioè che una delle tante fate di nostra anzi di tua conoscenza ti avesse rapito e sottratto alle delusioni del mondo?

Il complimento ebbe la virtù di fare a pena sorridere Leuma, ma Lia rimase seria. Allora Astese, accorgendosi che quel tasto rispondeva poco bene, pensò di prendere in braccio il bambino, a cui rivolse molte domande:

— Come stai? Vuoi bene al papà? La fai arrabbiare la mamma? Vuoi fare l'avvocato quando sarai grande? Ih, come sei cattivo!

Il bambino aveva per un po' guardato quella faccia nuova, poi scoppiò in un disperato pianto che sconcertò l'onorevole Astese.

— Dia, dia a me, onorevole, — disse la sposa ridendo, — perchè il piccolo fagiolino le può rispondere con delle sorprese; lui non distingue mica un onorevole dalla sua mamma, vero, cocco? — e se lo prese sottraendo l'abito del signore da possibili guasti.

La signora suocera entrò sorreggendo trionfalmente fin su la tavola una gran fiamminga, e disse:

— Minestra di tagliolini fatti in casa: roba alla buona, signor deputato: favorisca la sua tondina.

Fuori delle finestre aperte c'erano gli alti pioppi che stavano a vedere; e saettò allora dalla densa verzura un trillo di rosignolo che salì, poi si franse e cadde come gemme in alabastro.

— Avete anche i rosignoli, avete?