— E le lucciole, — disse Lia; — vedrà quante: fra poco andranno tutte a spasso per il grano.

Il pranzo fu rallegrato da squisite vivande dichiarate con breve chiosa dalla signora suocera, e dalle più felici arguzie di Astese, tanto che il signor suocero non si poteva in cuor suo persuadere che una persona tanto per bene e cordiale fosse uno di que' signori che, a suo giudizio, mandano a perdizione la patria.

E quando il pranzo fu finito, Astese, benchè la giovane sposa si schermisse, volle sapere tutta la storia. Ma gli convenne molto pregare e anche disse:

— Veda, sposina, questo mio povero amico di Leuma che da tanti anni più non vedevo, io lo credevo perduto: ora invece lo ho ritrovato e mi pare che abbia trovato anche la felicità.

E rivolto a lui, aggiunse con tuono lievemente patetico ed enfatico, forse più per l'abuso dell'arte sua che per deliberato volere:

— Sotto la barba nera che ora ti ricopre il mento, io non riconosco più il volto soave dell'adolescente che allora eri. Ma gli occhi sono sempre gli stessi, e anche la bella parola. Ti ricordi che i compagni di collegio ti burlavano perchè parlavi l'italiano? Ti ricordi nella corte presso i sicomori fioriti che passeggiavi su e giù solitario, meditando sui versi del Prati? e piangevi che volevi essere libero perchè ogni notte le fate ti portavano un sogno e tu mi assicuravi che il tempo fuggiva? E avevi quindici anni! Io ridevo. Ma avevi ragione tu, sai? Il tempo fuggiva. Povero piccino; io ti amava allora e ti confortava; ma tu adesso hai trovato un conforto ben maggiore e un affetto più sicuro.

Così disse Astese, ed all'evocazione del ricordo antico Leuma sorrise da vero melanconicamente e — Tristi tempi, in fondo — mormorò. — Giovanezza tradita!... — Poi lambendo con la mano la testa della sposa, proseguì: — Le cose che tu sei curioso di sapere, sono semplici; il tuo amico che aveva mezzo mondo da conquistare e poco tempo da perdere perchè la gloria e le fate, che tu hai ricordato molto a proposito, gli dicevano di fare presto, il tuo amico si è trovato un bel giorno nella necessità di conquistare la carica di segretario comunale qui, in questo comune. Quanto poi al tempo, mi era venuto tanto in uggia che l'avrei fermato volentieri come quando si butta per terra un orologio che ci secca col suo tic-tac. Cos'hai adesso? — e questa dimanda era rivolta a Lia.

— Niente: perchè parli così? — disse Lia che gli teneva stretta la mano e lo spiava nel volto.

— Così per ridere, figliuola: così per spiegare a questo mio amico come talvolta vanno le cose del mondo.

Del resto la concitazione e il sarcasmo nella voce di Leuma furono una cosa tanto fuggevole che Astese non se ne sarebbe nè meno accorto senza la interruzione di Lia.