— S'accomodi, s'accomodi, la prego, diamine! — disse una bella voce franca e geniale: la voce proprio di quell'uomo che allora si vedeva appena dietro cumuli di carte, di libri, di lettere. — S'accomodi dunque, — ripetè, e, pur leggendo, indicava una seggiola dove Semilli, esitando, si sedette.
— Ecco il mio nome, — disse poi levandosi in piedi e togliendo dal portafogli il penultimo de' suoi biglietti; e lo porse.
— Ah, scusi; ora sono da lei, — e prese il biglietto. — Non ho l'onore, — disse dopo aver con un aggrottar di ciglia sbirciato quel povero nome.
— Oh, io conosco lei, signore! — disse Semilli. — Chi non la conosce, lei? Lei è la nostra speranza, l'avvenire....
Queste parole non sembrarono fare molta impressione sul volto dell'uomo dell'avvenire: il quale volse lo splendore delle lenti cerchiate d'oro sul visitatore, e disse:
— Lei è troppo buono, troppo sensibile! Voglia esporre la causa della sua venuta.
Il dottore Semilli si contorse. Avea forse sperato che quel signore leggesse su la smorta sua faccia il patimento e la causa della sua venuta e dicesse press'a poco così, come si legge nel bel libro de' Promessi Sposi, dove parla il cardinal Federigo: “o amico, so perchè vieni; eccomi pronto al tuo aiuto; troppo tardasti! dovevo io venire a cercare di te„?
Questo io non so, non avendo fatto studi di psicologia così profondi; ma so di certo che al povero Semilli parve che l'uomo dell'avvenire accogliesse la gente proprio come l'uomo del passato e come l'uomo borghese dell'effimero presente.
— Ella deve perdonare, — cominciò con timida voce, — se ho osato...., senza lettere di presentazione....
— Oh, non fa niente....