La luna solenne, pallida, piena, allagava del latteo bagliore la campagna: i grilli elevavano l'inno notturno; i pantani sonavano gli epitalami delle rane al lume lunare quando la melma pare d'argento.
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Il signor Alberto pensò di far attaccar l'asino, ma l'asino al baroccio avrebbe impiegato più tempo che un uomo spedito: di mandare il villano, ma non se ne fidava.
— Aspettatemi che vado io, — disse, — e mosse risolutamente.
— Papà, — esclamò allora Ninì, con la sicurezza di chi si sente balenar un'idea, — vado io con la bicicletta: in mezz'ora vado e vengo....
Il poveretto guardò il figliuolo e disse: — Tu? — come dire: “una cosa da ridere„, e pure a lui le gambe tremavano e capiva che a far dodici chilometri a piedi, avrebbe impiegato tre ore e più: il dottore V*** sarebbe stato in piena ebrezza, e questo era il peggio.
— Vado io, vado io! — disse il giovanetto quasi festosamente, interpretando quella incertezza per un assenso, e scappò dalla stanza e poco dopo lo si sentì gridare giù dal giardino: — Vieni giù, babbo, vieni a vedere...!
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La bicicletta, lucente, era ferma sotto il pugno del giovanetto al limitare del cancello. La lente della lampada proiettava su la via biancastra un fascio più vivo che la luce lunare, e vinceva l'ombra, di che gli olmi formanti le siepi, rigavano la via. Le due lenti laterali mandavano due bagliori evanescenti, verde l'uno, rosso l'altro: pareva una locomotiva in tensione, pronta a lanciarsi e divorare cento miglia d'un fiato.