La fronte e il gesto del giovanetto avevano un'espressione decisa e sicura, erano gli occhi alti e vivaci.

— Qua la lettera, papà! — e più che dargliela, il giovanetto gliel'ebbe tolta, mal suo grado, di mano, e d'un balzo in sella e via: via così rapidamente che le due luci, verde e rossa, scomparvero in un batter d'occhio: svoltarono.

— Ninì! Ninì! — gridò il padre, che si riebbe da quella specie di sbalordimento all'improvvisa partenza: ma il giovanetto era già fuor della vista e della voce.

La via per lungo tratto era bianca; tutta bianca senza un'anima viva: poi ci fu uno svolto in cui l'ombra proiettata da un colle immergeva la via nel buio. Ninì pensò di frenare la corsa, ma non lo potè: la macchina vi si immerse quasi avesse avuto essa una forza indipendente dalla volontà di lui. Vi poteano essere pietre, ubriachi, buche, impedimenti di ogni genere da rotolare e fracassarsi macchina e gambe: chi li avrebbe potuti evitare? Ebbene no! Il lungo tunnel nero fu attraversato senza una scossa, in un lampo. Oh, la buona bicicletta!

Quando rientrò nella luce della luna trasse un respiro e cessò di premere il campanello che aveva disperatamente suonato per tutto quel tratto; cessò e volle per un momento rallentare la corsa: ma anche questa volta non vi riuscì perchè le ruote giravano da per sè.

E va! e va! I pensieri del giovanetto erano del resto confusi, perchè l'uno si formava appena che già un altro sopraggiungeva e lo scancellava e non ne poteva fermare alcuno e poi tutti parevano essere attaccati ad una ruota che girava, girava.

La nonna in letto, il babbo, il dottore, la commissione, il far presto, il non farsi male, si confondevano insieme: poi non incontrare nessun viandante, non un carro, non un uomo: poi il ricordarsi improvviso di un'osteria che a quell'ora dovea essere aperta e non averla vista: tutto passava e ritornava alla mente. Ma dove mai era andata a finire quell'osteria? Non c'era più? Queste sensazioni vaghe, ricorrenti, senza tregua, finirono per formarne una concreta ma piena di fantastica paura, cioè che fossero molte ore che aveva lasciato il babbo: che la Villetta Rosa fosse lontana grandi miglia, e la città fosse anche più lontana: che non si fosse in su la prima sera, ma a notte piena; una di quelle notti lunghe, come si legge nelle fole, lunghe per l'incantamento dei maghi e delle versiere, i quali hanno fermato la luna lassù e hanno detto al sole di non apparire, e quando avranno finito le loro tregende, diranno al sole: “Su via, vieni fuori!„

Ma nel suo buon senso di bambino savio e che avea studiato, capì che tutte codeste fantasie aveano una certa parentela con un sentimento brutto che avea persino paura di nominare — la paura! — e per mandarle via, cominciò a suonare il campanello allegramente, come volesse dire: “Olà, se c'è qualcheduno, si scansi, che passa la mia bicicletta!„ Ma non c'era nessuno e suonava a vuoto, anzi lo squillo, nell'austera immobilità della campagna, rispondeva quasi lugubre e pareva un grido che chiami soccorso.

I pagliai grandi come fantasime, le case rare e velate di ombre e di luce; sopratutto i tronchi spettrali degli alberi invece di incoraggiarlo e fargli buona cera come avrebbero dovuto, parevano dire: “importuno, lasciaci dormire: non sai tu che vegliamo tutto il santo dì per voi, mala gente?„ Anche la luna era diventata noiosa, ma tanto! la luna piena, la quale prima gli era apparsa come auspicio di felice e più facile viaggio. Se fosse stato buio, meglio: avrebbe con la lampadina veduto più distintamente la via e non avrebbe veduto tutto quel confuso languore biancastro, come un mare di ombre. La luna era lassù, in mezzo al cielo. Chi può dire che la luna non abbia il naso, gli occhi e la bocca? Ma ha il naso rincagnato, gli occhi stupidi, e la bocca sgangherata con un viso mezzo sciocco e mezzo maligno. A lungo andare tutte queste idee fantastiche che tornavano come per dispetto mentre la ragione le voleva mandar via, finirono questa volta per formarne una che avea parvenza di idea concreta: “che abbia smarrito la via? che abbia imboccato un'altra strada?...„ Le piante parevano indicarselo l'una all'altra, malignamente: “ecco, passa, è passato, fagli sbagliar la via!„ I tronchi immobili fuggivano indietro, eppur quella incresciosa fila di piante non finiva mai: “ecco passa, zitto, zitto: ha sbagliato la via!„

Con uno sforzo di volontà riuscì a frenare l'impeto delle ruote che parevano stregate: le idee turbinanti con le ruote, si quetarono, guardò attorno, e in quel confuso bagliore, in quell'alto ricamo di piante e di rame vaporanti nell'argentea e nebbiosa luce, nulla in sulle prime distinse. La via gli pareva molto più stretta di quella che tante volte avea percorsa. Ma ben guardando, scorse sull'alto di un poggetto il meandro di un muricciolo basso e le punte aguzze de' cipressi, rigidi nella luna: Il cimitero della Nottalena dove hanno loro dormitorio i morti! Non avea sbagliato via. Avanti dunque.