“Loro sanno che lei viene.„
“Ma chi l'ha detto a loro?„
“Io, oh bella!„
Per non fartela lunga, Astese, dopo dieci minuti avevo preso la valigia, destinata ad accompagnarmi a Vienna. Io stesso mentre vi riponevo le robe, mi domandavo: Ma cosa faccio? ma dove vado? Il fatto è che sono andato anch'io in Brianza. Ora senti questa e poi è l'ultima, che è tardi e domattina mi devo levar su presto. Dunque il treno dovea partire alle undici; un treno omnibus che fa servizio di merci, figurati, e sta fermo una buona mezz'ora alla stazione. Non so come ci siamo trovati per un momento soli nello scompartimento di prima classe, io e lei. Il babbo, mi pare, stava facendo i biglietti e la mamma parlava nella saletta d'aspetto con una signora: fatto è che eravamo soli.
“Adesso mi leverò il cappello se no si sporca tutto,„ disse Lia; e posò la pamela sopra la reticella, e poi si mise tranquillamente a guardare dal finestrino dalla parte dell'ombra come se da quella apertura ambulante del treno si fosse già cominciato a scorgere qualche cosa del vasto mondo che ella desiderava di conoscere: si sentivano al di là della siepe cantar le cicale nel silenzio dei campi che mandavano dei bagliori di oro, giacchè il grano non era stato mietuto. Indovina a cosa pensavo? Pensavo a quello che i greci dicevano a proposito delle cicale, cioè che sono divini e melodiosi animali. Mi pareva che avessero ragione quegli antichi umani, e cioè che intendessero il mondo della natura diversamente e con più felicità di noi. Cose leggiere, liete e misteriose esistono nel mondo che noi non sentiamo perchè sono oppresse dalla nostra guerra umana e dalla nostra tristezza! A questo pure io pensavo. Mi interruppe la voce di Lia che domandava:
“Dopo Milano si vede subito la Brianza?„
Io non so che cosa risposi.
“Anche il Po deve essere un bel fiume, è vero?„
Io non so: io non vedeva in volto a Lia perchè lei guardava dal finestrino e col dito accennava come se vi fosse stato il Po e la Brianza: io non so, ma veramente mi sentii tirar giù verso quella capigliatura che evaporava la sua giovinezza sfuggita alla bara, e parea quella di un paggio antico ed era sotto di me, e la baciai, ma pianamente che non credeva nemmeno che Lia se ne fosse accorta. Invece Lia si accorse, ma non si scosse come se il mio bacio fosse stato una cosa attesa da molto tempo: disse soltanto: “Cosa fai?„
Poi mi si rovesciò addietro, con la testa, e vidi i suoi occhi verso di me, le sue labbra verso di me. Il resto pensalo tu, Astese, e andiamo a dormire.