Così terminò Leuma il suo raccontare, chè la luna più non passeggiava su le cime dei pioppi, ma era trionfalmente salita nel cielo.
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Astese anche nel nuovo letto, fra le lenzuola fresche di lavanda, si addormentò del sonno del giusto. Però verso il dilucolo, la leggerezza del sonno fu attraversata prima da un suono come di sonagliere e di ruote, un suono allegro quale di diana alpestre; poi da un vagito di bimbo che pareva un richiamo alla vita, infine quando la luce segnò la croce della finestra, dal canto di un gallo con un sentimento di aer sereno: suoni non sgradevoli che lo cullarono come in un sogno e fecero scendere quell'onorevole giù in un secondo sonno, dal quale lo svegliò una voce, questa volta distinta, la quale disse:
— È permesso?
Era la signora suocera che, con cortesia campagnola, venìa ella stessa ad aprir la finestra e a portare il caffè.
— Ma è ben tardi, — disse Astese quando vide la luce calda del mattino che ebbe invaso la stanza.
— Oh, stia zitto — disse con rincrescimento la signora — che abbiamo avuto tanta paura questa notte che il bambino la disturbasse: sì è svegliato due volte il birichino, perchè adesso lo teniamo noi la notte il bambino, perchè, veda, adesso lo svezziamo dal latte.... ma se vede la sua mamma non lo tiene più nessuno. Ci vuole una goccettina di rum o di mistrà?
— No, è eccellente così; — e l'onorevole Astese con il cubito nel guanciale e la mano fra i fini capelli, sorbiva, con aria di sibarita, il caffè che mandava il suo fumo nella stanza piena di sole.