— Felicissimi, tranne l'ingratitudine del mondo.
— Come? me lo domanda? Ma un uomo come Leuma non lo devono fare per lo meno cavaliere? Cosa andate a fare voi altri a Roma? Cosa sta a fare il re a Roma? E se non vogliono far cavaliere il nostro genero, che già lui non ci tiene perchè non è ambizioso, — e se non si è ambiziosi, glielo dico piano che nessuno ci senta, oggi non si riesce a niente, creda a me che sono gallina vecchia, — ma almeno mio marito! Sono trent'anni, dico trenta, che commercia col legname, e in trent'anni non ha mai mancato ai suoi impegni, e non l'han da fare cavaliere? Un altro commerciante di legname, qui in paese, che ha fallito due volte, è stato fatto cavaliere: questa è storia! I buoni intanto restano a gola asciutta, ma verrà il tempo che ve ne pentirete....
Astese voleva assicurare quella signora, già così dolce e gentile, che lui, poveretto, era innocente di queste colpe: ma ella non gliene lasciò tempo. — Non me ne parli, non me ne parli — disse, e preso il vassoio e la chicchera, se ne era andata.
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Presso la porta v'erano le scarpe lucide, su la sedia i calzoni spazzolati e piegati. — Ma che brava gente! — ripeteva Astese facendo toilette con certi larghi gesti come di persona che arringhi, il che era sua abitudine.
Quando fu dato l'ultimo tocco artistico alla capigliatura, si affacciò alla finestra e vide, sotto, il giardino, silenzioso sotto il sole; il giardino pieno di alti gigli, e fra i gigli era Lia.
Lia era con tutti i capelli sciolti così che quando si chinava per mondare certe piante, si dispiegavano intorno sino a terra; e, quando si levava, la linea della persona balenava intravvedendosi sotto una veste di lana bianca costretta da una fascia di rosa intorno alla vita.
Astese la seguì a lungo con gli occhi e si sentì melanconia a quella vista. Si passò una mano su la fronte come per mandar via certe caligini che gli si addensavano pensando alla sua giovinezza trascorsa quasi castamente, ma poi disse con la sua voce lieta e forte: — Buon giorno, sposina Lia....