Lia si voltò, guardò attorno, in alto, e mandò un: — Ah! è lei, onorevole? Buon giorno: ha riposato bene? — e si raccogliea, confusa, la capigliatura su la nuca.

— Benone! Ora scendo.

Poco dopo Astese era presso di Lia e, stringendole la mano, esclamò allegramente: — Non ebbe pur tutti i torti Leuma se per conquistare questa bella mano, lasciò Vienna e Roma; — ma così dicendo vide che Lia arrossiva di non so quale timido pudore che lo stato di sposa e di madre non avea tolto ai suoi diciannove anni; però mutando l'entusiasmo e il complimento in tuono più pacato di voce. Astese proseguì: — Lia.... Lia.... Lia....! ci son bene dei versi che mi sovvengono questo nome, e mai non mi sono parsi così belli e così veri come adesso, che la vedo qui tra i fiori. Senta, sposina, — e dopo alcun pensamento per ricordarsi, disse con voce calda e ricca di inflessioni armoniose che non avea parlando comunemente ed era uno de' suoi trionfi, e con largo gesto, fra i gigli:

Sappia, qualunque il mio nome dimanda,

Ch'io mi son Lia, e vo movendo intorno

Le belle mani a farmi una ghirlanda.

Per piacermi allo specchio qui m'adorno;

Ma mia suora Rachel mai non si smaga

Dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

— Oh, che bei versi! — disse la giovanetta con ingenua ammirazione; — me li ripeta.