— Perchè allora ci saremmo subito compresi sul conto di Leuma: ma se non ha letto quel libro, è inutile che glielo spieghi: serve soltanto per chi non ne ha di bisogno.
Allora Lia parlò così accendendosi di passione di mano in mano che proseguiva con le sue parole dolorose:
— Lo farò venire quel libro, signore, e lo leggerò. Ma intanto le posso accertare che Leuma non è come ella dice: anzi è molto tranquillo e sembra contento. Ciò appunto mi accora, e quasi preferirei che egli fosse agitato e cattivo, ma mi dicesse l'animo suo. Invece quella sua calma, quel non guardare questi libri, mi fa tremare. Egli certo non legge per non affliggersi; per non vedere avverato negli altri l'avvenire pieno di soddisfazioni che egli sognò anche per sè, povero Leuma. Io indovino che sotto quella calma rassegnata si nasconde un segreto dolore. Egli con la sua bontà, mi fa capire che la sua vita è rovinata. Egli era nato per fare nobili cose: invece la sua vita si deve consumare qui, in questa campagna, con questa donna, con quel bambino, con i miei genitori! E il rimorso, veda, è che sono stata io, io che gli ho chiuso la strada, io, perchè gli voleva bene e ho fatto tanto perchè mi sposasse! Egli voleva andar via: molto lontano; e sono stata io a trattenerlo, perchè mi pareva di morire se fosse andato via. Ma adesso che siamo sposi io sono disposta a tutto pur di farlo contento. Mi adatterei a tutto. Egli mi ha dato la sua vita: io sono pronta a dargli la mia, a sacrificare per suo bene la mia pace. In questa villa noi viviamo agiatamente e non ci manca cosa alcuna; ma io anderei a vivere con lui a Roma, a Milano, dove vuole, anche in una stanza sola, anche a dover io lavare i piatti pur che lo sapessi contento: perchè io lo sento; per voi altri uomini che avete ingegno, una piccola donna è poca cosa: vi sono le soddisfazioni dell'amor proprio, il trionfo delle proprie forze, la gloria sopra tutto. Per questo veda, signore, mi dispiaceva che lei fosse venuto qui! La vista di lei che fu suo compagno di scuola e che adesso ha un nome nel mondo, certamente deve aver gettato del veleno nella piaga del suo cuore. Il tempo fugge, signore, e la mamma non ce la può dare una seconda volta la vita come un giocattolo di cui si è fatto cattivo uso la prima volta: e Leuma consuma qui la sua vita.
Lia pronunziò queste ultime parole con grande melanconia, la quale penetrò anche nell'animo di Astese; e siccome lui, benchè eloquente, non diceva parola e lei aveva detto tutto quello che aveva nel cuore, così si vergognò di quegli occhi di lui che scrutavano nel volto la sua pena e la sua confessione: si confuse, arrossì, si coprì il volto con le palme e segretamente piangea.
Allora egli disse:
— Vediamo..., vediamo un po': in fede sincera, sposina, lei ci terrebbe a questa gloria (chiamiamola così per intenderci) di Leuma?
— Per mio conto? — domandò vivacemente Lia sollevando gli occhi lagrimosi.
— Si, per suo conto: si esamini bene!
— In mia fede, signore, la mia ambizione non oltrepassa la cuna del mio bambino e la cancellata di questa villa.
— Allora però — disse Astese — bisognerà pure che Leuma dia qualche segno della sua tristezza, del suo malcontento, perchè altrimenti dovrò credere che questa infelicità provenga se non in tutto, almeno in parte dal troppo affetto e dalla troppa fantasia della sua adorabile sposa.