— Leuma — aggiunse ancora Lia — è entusiasta di quei luoghi, ed ha ragione: ma io sola non ci resterei. Veda, quando viene la sera, tutti quegli alberi intorno alla casa si fanno più neri e più grandi e stanno lì con tanto silenzio che proprio si pensa che da un momento all'altro si devano muovere e parlare cose misteriose che sanno loro soltanto. Queste sono sciocchezze, io lo so...., io lo so; e sa anche di che cosa avevo paura? Che ogni momento venisse fuori un brigante.... Sono cose da dire? e pure è così....

— La nostra Lia è un pochino paurosa.... — avvertì Leuma.

— E prima non lo ero, veda, onorevole? da ragazza avevo un coraggio che lei non può credere, e adesso che ho marito e il bambino, mi sono fatta paurosa. Lo sa lei perchè? Io vorrei correggermi, io me ne vergogno, e non sono buona: vedo fantasmi da per tutto!

— Tu però — disse Leuma — non hai raccontato al nostro amico che se la sera è piuttosto melanconica, le mattinate invece sono stupende....

— Oh, questo sì! — disse ancora Lia con voce quasi di canto — la montagna, lassù, al mattino, è proprio incantevole. Ecco, dispiace a pensare che verrà un giorno in cui bisognerà morire! E ha osservato anche lei che è proprio quando più sentiamo di vivere che ci viene in mente quell'altra brutta cosa? Ma non parliamo di questo. Lassù, la mattina, quando si vede il sole, vengono fuori dalle frasche tanti uccelli che non si crede proprio che ce ne devano essere tanti; e bisogna dire che a cantare e a volare provino un piacere che noi non sappiamo, perchè sembrano pazzi, pazzi, le dico, ubbriachi di cantare e di amare.... Noi spesso siamo stati lungo tempo a sentire quella musica che evaporava dai boschi, sotto il cielo sereno!

— I poveri animaletti — disse Leuma — hanno abbandonato queste pianure, dove si fa una caccia spietata, e si sono rifugiati lassù. Del resto — aggiunse con più grave voce — non sono solamente gli uccelli che hanno emigrato in alto, in via cioè di fuggire, forse per sempre! Anche qualche cosa della nostra Italia si trova soltanto lassù. Per esempio, senti questa: una volta abbiamo incontrato una vecchia che non sa nè anche cosa sieno le lettere dell'alfabeto e questa diavola non mi tira fuori la canzone “Vergine bella che di sol vestita„ del Petrarca? la diceva a suo modo, ben inteso, ma dovevi sentire che voci, che musica dava ai versi: come una preghiera! Lo credi che mi veniva da piangere? Ah, se vieni lassù ti voglio far conoscere un marangone, vecchio ancora quello; non ha mai studiato disegno, non ha visto mai niente fuori delle sue montagne. Bene, lo credi? nei giorni d'ozio ti disegna e fa dei mobili del più puro gusto del quattrocento. È come una sopravvivenza di quell'innato senso del bello che un tempo c'era in noi, nella nostra gente. Ora in nome di un presunto positivismo si tende a demolire anche quello, gli iconoclasti! i lugubri seppellitori dell'Idea! a patto di rimpiangerla domani quando la vedranno risorta a generare la vita presso altre nazioni! Insomma quando si pensa al tesori di una natura inesauribile che avrebbe questo popolo italiano e che noi non sappiamo sfruttare, anzi non conosciamo nè meno, viene addosso un grand'avvilimento. Noi potremmo essere i più ricchi, i più felici, i più umani e geniali popoli dell'Europa, e invece!... Bisogna vivere qui in questi comuni e in queste campagne dell'Emilia! Io ne so qualche cosa perchè, senza volerlo, mi trovo in mezzo alla baraonda di un povero comune dissestato. C'è del malcontento, qui, del guasto, dell'odio cieco e profondo, dell'ignoranza tanto più terribile perchè è a base di alfabeto, di diritti e d'istruzione: par di sentire degli scricchiolii di passioni selvagge, come nel ghiaccio quando sta per rompersi. A chi dar ragione? a chi torto? Ti confesso che non lo so nè anche io e non so più con chi prendermela, forse un pochino con voi altri che scrivete libri e che fate i discorsi; poco savi gli uni e poco belli gli altri. Press'a poco come facevano in Atene, ai tempi antichi, con la differenza che loro andarono in malora facendo almeno dei discorsi esemplari e delle poesie belle. Ebbene, questo è il mio posto di combattimento: umile posto ignorato, eppure mi trovo contento di questa nuova battaglia che combatto: ma la mia piccola Lia, vedi, Astese, mi assedia con tutti i libri e con tutte le poesie che si stampano. Ella pensa, nel suo amore, che io sia un grande ingegno, una tempra d'eroe che si deve ancora manifestare. E forse un tempo fui io stesso ad alimentare nel suo ingenuo cuore così fatta illusione di me! Povera Lia! Non la ho più questa ambizione. Se ne avessi una, se sapessi che l'opera mia di uomo può giovare a qualche cosa, sarebbe di fare un po' di bene pratico, di portare fra questa gente un po' di evangelo di buon senso e di giustizia, di fare che questo lavoro umano non cada, come quasi sempre, tra una lagrima e una maledizione.

— To', dame un baso! — disse Astese commosso, — benchè.... benchè.... benchè....

— Benchè cosa? — disse Leuma sorridendo.

— Benchè — disse Astese — tu oggi, pur essendo tantum mutatus ab illo, ti conservi sempre un idealista. Sposina Lia, sposina Lia, — interruppe poi volgendosi alla donna che coi begli occhi lieti di inaspettata sorpresa guardava il compagno della sua vita, — si attendeva lei così chiara e sùbita dichiarazione? Se a questo ha giovato qui fra voi la mia venuta, essa non fu inutile, vero, sposina? Un'idealità eroica c'era pur sempre nell'animo del suo sposo! Ma via! Sia benedetta questa nuova idealità. Sì, forse, hai ragione tu ed io ho torto. Io partendo dal positivismo della vita, sono giunto ad essere, per mo' di dire, un abile aritmetico della vita. Conosco i numeri, ma forse trascuro gli zeri che in sè non sono nulla; ma sono essi che danno il valore all'esponente del numero. Tu invece, attraverso il cammino dei nobili sogni ti sei più di me accostato alla verità. In questo caso esso è un compenso che gli Dei concedono alle loro creature predilette in premio del patimento dei sognati fantasmi....

— No, amico, non sono gli Dei, — disse Leuma, — ma è quest'anima cara, questa nostra Lia, che senza saperlo mi ha tolto dal labirinto delle inani ambizioni ed ha procurato la resurrezione della mia anima. Soltanto dopo o insieme all'esperimento di una vita utilmente spesa si può cominciare a scrivere il libro di carta. Ma, credi, il libro di carta, utile e necessario, deve essere di altro genere di quelli che tu mi comperi, Lia, e credi anche che per crearlo con il balsamo dell'immortalità bisogna fare il sacrificio delle cose più care; proprio come fanno i nostri piccoli bachi che quando salgono il calvario del bosco per formare il bozzolo, sanno che devono lasciarci la vita. Vero è che dopo risorge la farfalla!...