La gomma era scoppiata presso alla Focara, di Dantesca memoria, e per giungere a Pesaro ci volle una bella marcia: inoltre la via era tutta un polverone, così che il nostro ingresso nella città di Gioacchino Rossini non fu per nulla trionfale: un superbo signore, anzi, imberbe e capelluto, che incontrammo trainato da due baldi destrieri, non ci degnò di uno sguardo. Noi ne fummo molto mortificati, tanto più quando ci assicurarono che quegli era il successore di G. Rossini, cioè il signor Pietro Mascagni.
Benchè le riparazioni alla macchina ci facessero perdere assai tempo, era tuttavia nostra intenzione col lume di luna di proseguire lo stesso sino a Senigallia, ma la luna appunto che sorta era allora melanconicamente lenta, si ottenebrò di vapori e il vento dal mare ci portò l'odore della pioggia.
Deliberammo perciò di pernottare a Fano, e fu buon consiglio perchè l'acqua cadde e prima noi ci addormentammo che quella cessasse.
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Verso le tre del mattino il Pasini entrò nella mia stanza e, sporgendo il candeliere dalla finestra, mi assicurò che tutte le stelle brillavano meglio di prima; di fatti il primo sole del viaggio ci si levò omericamente puro e grande dalla marina sonnolenta tuttavia.
Sul ponte del fiume Celano c'era un palo con l'avviso: “Vietato il passo a più di quaranta quintali„, e questo fu il solo pericolo corso nella giornata perchè poco dopo giungevamo a Senigallia ancora addormentata, e benchè la attraversassimo di corsa, io non mi dimenticai di buttarvi il mio biglietto di visita in memoria di esservi nato; cosa della quale io stesso mi ricordo solo quando devo scrivere su la carta bollata anche il luogo di nascita.
Dopo Senigallia, i villaggi, le ville innumerevoli, tutti adagiati lungo la spiaggia che si incurva sino alla dorica Ancona, si svegliavano allora. Forse di questo prematuro risveglio era anche causa il cannone che dal forte del monte Conero ogni tanto rombava come un cane che vigila sul mare. Ed io pensai: “Va! che il mare è deserto: la squadra di Tegethoff non c'è più sul mare! Allora conveniva vomitar ferro e fuoco.„
Si destavano allora, dico: la gente, in abiti estivi si dondolava su le vie presso le carrette delle pesche, delle verdure, del pollame. Prendere il bagno, vivere lungo il lido, romanamente avvolti negli accappatoi, mangiare, dormire, asolare: ecco la vita di questi giorni e di questi luoghi e non dei ricchi soltanto! Alla sera si apre il giornale e si trova con dispiacere che le cose d'Italia vanno male. Or via! signor ingegner X***, a lei che è milionario e pur lavora dodici ore il giorno e dalla terra lombarda vince con le sue macchine la concorrenza mondiale e afferma che la sua ambizione maggiore è di mandare all'estero degli operai italiani che sappiano montare una macchina come un operaio inglese; e anche a lei, signor ingegner Y***, che fa press'a poco lo stesso ed è animato dai medesimi sentimenti, mando da queste terre ridenti, cullantisi nel classico dolce far nulla, il più ossequioso dei miei saluti!
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— Sai tu dove faremo la colazione noi? — disse il Pasini.